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L’incubo del “Subito”. La fretta, quando non c’è fretta davvero

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“Subito”. Strano come questo termine, apparentemente inoffensivo, sia diventato uno dei più eccezionali misteri irrisolti di questa nostra quotidianità iperconnessa, multi-trasking, social-oriented e tutti gli altri direzionamenti insipidi che marketing e nuove tecnologie ci hanno messo in testa e in bocca. “Subito”, che spesso diventa “ieri” nel tentativo scherzoso ma non troppo di condividere un’urgenza che non ci appartiene ma che abbiamo mutuato da un altro capo e da un’altra istanza, è in realtà una parola che ha largamente perso di significato nelle nostre conversazioni più serie come nelle nostre richieste più banali.

Mi scusi, queste proposte per quando sono necessarie? Quando ti serve quel report? A che ora dobbiamo mandare quel progetto? Quando la faccio preparare quell’analisi? Le correzioni quando gliele faccio? Quella libreria nuova che hai chiesto, quando la ordino? Quelle tre questioni poco importanti di cui dovevamo parlare, quando le vuoi affrontare? Ma il sandwich glielo faccio portare?

Nella furibonda zuppiera all’interno della quale ci agitiamo senza sosta e con pochissimo costrutto, tutto serve subito. Poco importa cosa è, a cosa serve, di che si tratta o quanto tempo ci vuole per ottenerne una versione ben fatta. Ci hanno insegnato -non sappiamo chi, né quando, ma sappiamo che è così- che tutto è urgente, e che per una qualche ragione fa molto “cool” avere delle impellenti necessità. Richiedere le cose con fretta ci fa sentire, stranamente, importanti.

Stressed-business-man

Comicamente infine, una volta ottenuto ciò che desideravamo e che abbiamo sollecitato con famelica insistenza, possiamo permetterci il lusso di lasciare il tal progetto, la tal proposta, il tal preventivo, la tal documentazione a decantare sulle nostre scrivanie, sommerse da altrettante cose altamente urgenti cui penseremo forse domani, meglio ancora settimana prossima. Come la rivoluzione di Gaber, che oggi no di certo, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Tuttavia, nel richiedere “subito” quello che invece può essere fornito con calma senza che nessun continente affondi, dimentichiamo alcuni essenziali dettagli, che sviliscono noi, la nostra richiesta e il prodotto o servizio che stiamo domandando, senza volere prendere in esame il nostro interlocutore.

Dimentichiamo, ad esempio, che ci sono solo una quantità finita di cose che possiamo effettivamente fare e gestire contemporaneamente, poiché, in realtà, siamo molto meno multi-tasking di ciò che pensiamo. Allo stesso tempo, dimentichiamo che abbiamo risorse mentali finite (nel senso di non infinite, non che sono già esaurite) e che sono pochissime le cose terrene e lavorative per cui il nostro cervello funziona per processi in parallelo, anziché per processi in serie. Infine, spesso dimentichiamo che, assai banalmente, per avere cose fatte bene occorre tempo.

È la favola de “al lupo, al lupo”, che si trascina fino a quando, essendo tutto urgente, nulla lo è più.

Il tutto nasce da un equivoco difficilmente spiegabile. In un’ottica di semplificazione binaria abbiamo supposto che “subito” sia l’unica alternativa possibile a “mai” e che se non richiediamo con estrema urgenza ogni cosa, da una TAC cerebrale alla ricetta del gelato alla vaniglia, questa non ci verrà mai e poi mai consegnata. In realtà il tempo è probabilmente la cosa meno binaria che possediamo: di questa cosa possiamo prenderci cura subito, ma forse anche più tardi, o magari martedì mattina, o possiamo eventualmente riparlarne la settimana prossima.

Imparare a non abusare dell’urgenza, ma a gestire e calendarizzare le necessità e le richieste è una delle più straordinarie caratteristiche che si possano trovare in un uomo, in un professionista o in un’organizzazione.

In quello, sì, sta davvero il senso delle cose, delle priorità e del lavoro e del tempo di ciascuno.

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Emanuele Venturoli
Communication Manager per RTR Sports. Appassionato di motorsport, musica e tech.

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