Sports Marketing: Oklahoma City Thunder. Il Miracolo NBA E’ Un gioiello di Business.
Con 540.000 abitanti, Oklahoma City è una delle città più piccole d’America a possedere una franchigia professionistica. Il solo nome della ridente cittadina, che viene da Ukla-Humma ovvero “terre rosse“, fa ben capire quale ruolo OKC abbia rivestito nella ancor adolescente storia a stelle e strisce: territorio dei pellerossa prima (scacciati), dei francesi poi (scacciati pure loro) e poi dei cercatori di petrolio (fuggiti) è rimasta una piccola ma efficiente città al centro degli Stati Uniti.
Molti alberi, un bellissimo campus, gente cordiale, poco, se non niente da vedere. Oggettivamente, uno dei posti evitabili in una luna di miele americana.
Non a caso quindi, facendo una breve ricerca su Google, si noterà che Oklahoma City è molto più popolare per la sua squadra di pallacanestro, i Thunder, che per quasi tutto il resto. Specie da quando i suddetti Thunder sono arrivati alle Finali NBA 2012, con discrete probabilità di portare a casa l’anello e il cappellino con la scritta “winners”. E, per la cronaca, di sottrarre a re LeBron l’ennesimo anello, in una ricerca che è divenuta tanto estenuante quanto quella del principe di Cenerentola con la scarpetta in mano.
I Thunder sono uno di quei miracoli sportivi che nel vecchio continente non si possono neppure immaginare. La storia va più o meno così, ed è divertente perchè è vera. Nel 2008 Clayton Bennet, importante affarista locale presidente di diverse società di OKC si è posto la seguente domanda: “Cosa manca a questa città per entrare nel firmamento delle grandi d’America?”. Risposta: un sacco di cose. Molte irrealizzabili, molte a lungo termine. Procediamo.
Scartato dunque un secondo Hollywood Boulevard e accantonato il progetto di portare il mare nell’Oklahoma, Bennet decise di dotare la città di una squadra professionistica di un qualsivoglia sport. Facendo un’operazione tanto tipica degli Stati Uniti quanto poco probabile da noi, Bennet si presentò alla corte del CEO di Starbuck’s, tal Howard Schultz, per comprare quelli che allora si chiamavano Seattle SuperSonics, squadra storica dell’NBA anni ’90. Per 325 Milioni di Dollari i Sonics si spostarono da Seattle a Oklahoma, cambiarono nome in Thunder e ottennero di mantenere inalterata la loro bacheca e le loro statistiche.
Portato in città il giocattolo nuovo, Bennet decise di condividerlo con i più grossi industriali di Oklahoma City e fondò la Professional Basketball Club LLC, uno dei cui soci divenne anche Aubrey McClendon, chairman del gruppo economico Chesepeake. Proprio McClendon dotò i Thunder di un’arena da 18,000 posti, ribattezzata per l’appunto The Chesepeake Energy Arena.
Guidati economicamente da un pugno di solidi manager, con Bennet e McClendon in cima a tutti, i Thunder sono divenuti immediatamente una delle franchigie più solide e più profittevoli della Lega: ad oggi valgono 348 Milioni di Dollari. Se la calcolatrice non mente significa 23 Milioni in più di quando furono acquistati 4 anni fa, per una crescita che si assesta prudenzialmente attorno ai 5 Milioni annui. Cifre che promettono di gonfiarsi come tacchini nel caso OKC vincesse il campionato: c’è da giurarci.
Già, perchè anche sportivamente parlando Oklahoma ha pelato dal mazzo alcune matte importanti. Kevin Durant, innanzitutto, scelto al draft fra mille dubbi e in posizione arretrata e divenuto uno dei migliori (se non il migliore) giocatore della Lega, ma anche Westbrook, Harden e Ibaka rendono i Thunder non solo una realtà più che credibile per il titolo, ma position-by-position una delle migliori squadre NBA degli ultimi anni per completezza, stile di gioco e aggressività. Giovanissimi e dotati di un atletismo assai sopra la media, OKC gioca uno delle migliori transizioni della pallacanestro moderna e possiede un playbook offensivo tanto semplice quanto dotato di soluzioni assai varie. Il tutto, ovviamente, è semplificato dalla presenza di un giocatore come Durant, che ha mani da violinista est-europeo montate per ragioni inspiegabili sul corpo di un ragazzone alto quasi due metri e dieci. Lo marchi poi tu, diceva il vecchio adagio.
La città, nel frattempo, ha reagito benissimo all’arrivo della prima società professionistica dalla storia della fondazione della città: il palazzetto è sempre pieno e quest’anno OKC si colloca al numero 12 delle squadre con maggior seguito della NBA. Ieri sera, alla Chesepeake Arena, mentre Durant e soci portavano via dalle mani di Miami gara 1 delle Finali NBA, 18.000 persone indossavano la maglietta blu con la scritta “OKC: we’re one“. Da qualche giorno, sulla facciata di uno dei grattacieli più alti della città campeggia inoltre un banner gigantesco con la scritta “Let’s Go Thunder“.
Queste finali NBA saranno decisive, e non solo sportivamente per OKC. Dovessero vincere i Thunder, questo potrebbe essere uno degli straordinari colpi di geomarketing della storia dello sport moderno. Thunder e Durant nella storia, Oklahoma City nel firmamento americano.
By Emanuele Venturoli - RTR Sports Marketing Pictures from Flickr













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