In Altri Sport

Sapete, ci sono tante cose che troppo stesso cerchiamo di farle nostre senza capirle appieno. Concetti, pensieri, parole e perfino passioni. Poi c’è il fascino, il fascino di un effetto dirompente, di un evento o di una ricorrenza. Il fascino delle tradizioni che non ci appartengono, per esempio. Ne cito uno, Halloween, una festività che si celebra principalmente negli Stati Uniti la notte del 31 ottobre e rimanda a tradizioni antiche della cultura celtica e anglosassone. Oggi è diffusa anche in altri Paesi del mondo e le sue caratteristiche sono molto varie: sfilate, bambini in cerca di dolcetti, per quello che in realtà non è altro che un rito proveniente da tutt’altra cultura, per quanto ci riguarda. Dice, ma che c’entra con lo sport? Ci stavo arrivando.

Taluni non potrebbero coglierne il nesso ma il Super Bowl è un’altra di quelle cose che, poi, cosi tanto distante da noi non lo è più. Vero, il football, per come lo intendiamo al di qua dell’oceano è tutt’altra cosa, undici fighetti contro undici fighetti che rincorrono una palla per buttarla in un sacco. Il football, quello vero, l’American Football per intenderci, è roba tosta, per gente tostissima. Molto più simile ad una battaglia per le moli fisiche messe in campo, si tratta invece di una raffinata disciplina dalla grande complessità strategica. Schemi e tecnicismi degni della più sagace partita di scacchi uniti al cruento confronto fisico, alla ricerca di un touchdown, l’equivalente del goal, per i più duri di comprendonio.

E poi c’è lo showtime correlato all’evento sportivo, che è poi il valore aggiunto dello sport professionistico a stelle e strisce ed è fondamentale più o meno come le zucche ad Halloween. Eccovi il sottile parallelismo a cui volevo condurvi, e se è vero che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, capirete bene che in una nazione con circa 314 milioni di abitanti, le cose vanno fatte in grande.

La cornice, innanzitutto: il Mercedes-Benz Superdome, futuristico impianto da 75.000 spettatori situato in quella New Orleans già in passato palcoscenico del match più seguito al mondo, ma che torna ad ospitare il carrozzone dell‘NFL per la prima volta post-Katrina, l’uragano che distrusse la città e per inciso anche gran parte della copertura dell’impianto. Poi lo strano scherzo del destino che mette di fronte i fratelli John e Jim Harbaugh, coach managers rispettivamente dei Baltimore Ravens e dei S.Francisco 49ers, a dare un pò di pepe da fiction che fa tanto Kramer contro Kramer. Infine l’Halftime Show, sì lo chiamano così, privilegio raro affidato ad artisti planetari, quest’anno Beyoncè, che in quell’esatto momento sono coscienti di avere gli occhi del mondo addosso. Una stima? CBS, official worldwide broadcaster dell’evento calcola circa 113 milioni di spettatori dispersi in 180 paesi, cifre già spaventose ma che verosimilmente sono al ribasso rispetto a quelle generate.

Ciò, chiama in causa un altro aspetto, peraltro molto attuale e che rappresenta un buon termometro dell’hype scatenata: i Social Media. 24,1 milioni…l’ingaggio dell’Mvp Joe Flacco?? Il premio per il team vincente? Niente di tutto questo amici, con questo numero intendiamo i “cinguettii” apparsi su Twitter nel corso dell’intero spettacolo, i cui tempi si sono dilatati anche a causa di un imprevisto (?) black-out. Inutile dirvi che ogni singolo tweet è poi visualizzato a sua volta da enne follower ed è dunque lecito pensare che le impressions causate aumentino in maniera esponenziale. Una redemption da sogno per ogni piano di marketing.

Al cui centro, evidentemente, è ancora una volta lo sport, veicolo strategico e maledettamente efficace.

By Alberto Malaguti - RTR Sports Marketing
Nelle foto: Beyoncè durante l'Halftime Show, una suggestiva immagine notturna del Mercedes-Benz SuperDome - Fonte il Web
Foto In Alto: Joe Flacco mostra il trofeo di MVP - Fonte il Web

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