In Marketing Sportivo

E’ finito, almeno in maniera ufficiosa, il lockout dell’hockey nordamericano che ha tenuto ferma la stagione NHL per 113 giorni sino ad oggi. La conferma ufficiale ci sarà solo in questo fine settimana, ma pare che finalmente tutte le carte siano state messe al posto giusto e che dal 19 Gennaio si riprenderà con una stagione da 48 gare.

Agli italiani, da sempre, l’hockey ghiaccio non interessa. Non è colpa nostra, ma per storia, tradizione, cultura e clima (tranne che nelle zone alpine) il disco non è mai stato troppo considerato e del lockout, a molti, non gliene può fregà de meno, come direbbero nella Capitale. E allora, direte voi, che ne parliamo a fare? Un attimo di pazienza.

In America l’hockey su ghiaccio è uno dei 4 grandi sport insieme a Football Americano, Baseball e Pallacanestro. A differenza degli altri tre, però, il disco ha due peculiarità straordinarie: si divide unicamente su tre grandi aree (attorno a NY, Los Angeles e nella regione dei Laghi canadesi) e ha storicamente i fans più leali e affezionati di tutto il continente. Chiariamo infatti un punto: specialmente per i canadesi l’hockey è una religione, uno stile di vita, qualcosa che ha più a che fare con la filosofia che con lo sport. Se pensate che gli italiani siano amanti del calcio e vadano giù di testa per il pallone provate a farvi un giro fra la folla dei Montreal Canadiens per capire di cosa stiamo parlando.

Proprio i tifosi sono il perno di tutta la vicenda. I fans dell’hockey, più che in qualsiasi altro sport, sono la risorsa numero uno della Lega: l’hockey è lo sport più costoso e forse meno esportabile di tutto il panorama sportivo mondiale e guadagnare un tifoso, o perderne uno, significa per la NHL più che per qualsiasi altra lega professionistica. A differenza del basket, o del football, l’hockey non si può trascinare da una città all’altra, come gli americani amano fare. Portare l’hockey a Phoenix, ad esempio, ebbe un risultato disastroso ma, ad occhi europei, estremamente prevedibile: che cultura dell’hockey ghiaccio può inventarsi una città dell’Arizona che di media segna 35 gradi all’ombra? E’ singolare come certi proprietari non avessero, fino ad oggi, introiettato la lezione.

Inoltre, bisogna anche dire che negli ultimi venti anni i tifosi del disco hanno assistito a ben quattro lockout, di cui uno, quello del 2004, definitivo al punto da far saltare la stagione. In altri sport, come nel baseball, di tirare la corda così non se ne parlerebbe neppure: in seguito all’ultima serrata della MLB (la lega del baseball), si è registrato un calo d’ascolti superiore al 15%. Una perdita sanguinosa e difficile da ricucire che è costata soldi veri a tutti gli addetti ai lavori. Quello che l’NHL sta facendo, nella persona di Gary Bettman, è giocare con la propria ricchezza più grande (i fans) certa del fatto che tanto, come direbbero negli States “friends will be friends” e nessun appassionato si disinnamorerà della disciplina.

La realtà, come sempre un po’ più complicata  dei progetti di carta, non è in realtà stata fedele a questa teoria, motivo per il quale Bettman e soci hanno deciso di ricucire lo strappo, riaprire la serranda e buttare di nuovo il disco sul ghiaccio. In America è stato subito amore di nuovo? Sì e no, nel senso che i fans hanno reagito alla notizia con la prudenza di chi ha bisogno del fuoco ma si è già scottato più volte. Se la prudenza e la diffidenza si scioglieranno con il proseguo della stagione è difficile da dirsi ora, ma il rischio corso è stato enorme.

Cosa si può imparare allora, e torniamo in territorio nostrano, dal Lockout dell’hockey su ghiaccio americano?

Innanzitutto che i Team non possono dimenticare che i tifosi devono rimanere l’interlocutore ultimo di qualsiasi tipo di operazione, sia essa commerciale, di contrattazione, di marketing o qualsivoglia natura. Una squadra, o una lega, che si distacca dai suoi tifosi è destinata a morire, presto o dopo, se non per ragioni economiche almeno per ragioni identitarie. Questo vale tanto a Montreal quanto a Cagliari, tanto a Los Angeles quanto a Roma.

In secondo luogo, ed è strettamente collegato al primo punto, occorre ricordare che anche il tifoso più accanito e più sfegatato tende alla perdita della pazienza quando, come nel caso del Lockout NHL, le partite non si giocano perchè proprietari e giocatori si accapigliano per cifre che sono comunque da capogiro. In questa breve disamina non abbiamo analizzato le ragioni intrinseche della serrata canado-statunitense, ma basti ricordare che come sempre (la quarta volta nel giro di un ventennio appunto) non si sono trovate le basi per l’ennesimo rinnovo contrattuale fra proprietà e giocatori, con i primi che propongono severi tagli agli stipendi e i secondi che lamentano una costante diminuzione degli stessi. Queste discussioni, ed è ormai ben noto, vengono dopo poco accolte dal grande pubblico con un fastidio e un irritazione che conducono all’allontanamento.

In terzo luogo, occorre imparare -ed è lezione vecchia- che non si può salvare il 5 per buttare il 10. Nel caso del lockout NHL i proprietari non hanno avuto contezza di un fatto: per salvare alcune centinaia di migliaia di dollari (i loro), hanno causato danni per diversi milioni di dollari (altrui). Il Detroit Tribune, giornale di una città in preda ad una profonda crisi economica, ha stimato che per ogni partita mancata dei Detroit Red Wings la città ha perso 1,9 Milioni di dollari, fra impianti chiusi, ristoranti vuoti, merchandiser paralizzati. Quello che occorre sempre ricordare, quindi, è che le squadre -specie se di alto livello- sono cucite a doppio filo nel tessuto di una collettività e non è pensabile trattarle, muoverle e ridipingerle come se fossero il giocattolo di qualche eccentrico miliardario.

Infine, e questa è certamente la lezione più importante, è che al centro dello sport deve rimanere lo sport. Una Lega in cui non si gioca non è una lega. Un movimento che si occupa più dei soldi che del gioco non è sostenibile. Senza palloni che rotolano, dischi che saettano e automobili che girano tutto è destinato a crollare, oggi come in futuro.

By Emanuele Venturoli - RTR Sports Marketing
Nelle foto: Sidney Crosby e il Bell Center, casa dei Montreal Canadiens
Pictures form the web

 

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