In Calcio

germania-campione-mondoSe ne va, il Mondiale 2014, e nella notte di Rio lascia spegnere anche la più luminosa delle sue stelle. E allora arrivederci, Mondiale, ciao, chissà se ci mancherai. Forse no, per una volta, anche se fa strano dirlo. Come diceva quel tale, pensavamo fosse amore, invece era un calesse.

Doveva essere “il Mondiale dei Mondiali”, nell’illusoria supposizione che il solo fatto di ospitarlo a casa dei Pentacampeones lo rendesse unico, insuperabile, superiore per adrenalina e cifra calcistica. Non è stato così. Diciamolo, ora che la boccia è ferma: quello verdeoro è stato un torneo noiosetto, mediocre, dalla caratura tecnica forse più bassa degli ultimi 24 anni. Prova ne è la sconfinata quantità di pareggi, le interminabili serie di supplementari e rigori, l’osceno difensivismo espresso della maggioranza delle formazioni. A parlare chiaro sono i numeri: l’Argentina finalista ha insaccato solo 7 reti in tutta la competizione.

Doveva essere il Mondiale delle sorprese. Lo è stato soltanto quando le arrembanti formazioni centroamericane hanno sbarazzato il tabellone da certo briciolame europeo, fra cui si annovera ovviamente la nostra selezione. Spagna, Inghilterra e Italia sono state rimandate a casa già ai gironi, ma è stato quello l’unico fremito: per il resto a giocarsi la Coppa erano quattro vecchie conoscenze.

Doveva essere il Mondiale dei Numeri 10, invece è stato un Mondiale dominato dall’unica vera Squadra giunta nel paese Carioca. Mentre il mondo viveva nell’attesa della grande Giocata, quella con la G maiuscola, dei Messi, dei Neymar, dei Ronaldo, dei Balotelli, i teutonici sono arrivati silenziosi e a bottino pieno fino in semifinale. E proprio mentre erano tutti lì a constatare che sì, effettivamente c’era anche la Germania a questi Giochi, ecco che gli uomini di Loew hanno calato Asso, Tre e Re che manco al briscolone di fine anno.

I sopracitati numeri 10, nel frattempo, hanno ciccato miseramente l’appuntamento con la Storia, segno evidente che siamo di fronte a grandissimi giocatori ma forse non a grandissimi campioni. E anche per il buon Leo il paragone con il Diego Nacionàl starà a prendere polvere per almeno altri 4 anni, quando le berrette del buon Messi saranno 31.

Doveva essere, infine, il Mondiale del Brasile, della sua definitiva redenzione. E’ stato invece un fallimento, coronato come se non bastasse dall’infortunio della stellina dal ciuffo pittato e dalle dieci -dico dieci- reti subite fra semifinale e finalina. Il Brasile, la squadra intendo, è la perfetta immagine di questo Torneo: una squadra tecnicamente insufficiente, anni luce distante dal futbol bailado o dal joga bonito e, anzi, spaventata, intimorita, avvizzita dal terribile fiato sul collo dei suoi stessi tifosi.

E’ stato, invece, il mondiale dei Tedeschi, per quanto sia davvero buffo accorgersene solo ora. Squadra vera, ben messa in campo, coraggiosa senza essere sbruffona, dotata di buonissimi calciatori (Neuer gioca la palla con i piedi meglio del 70% dei centrocampisti del Mondiale) e di una solidità unica. Il processo di rifondazione del calcio Uber Alles è già stato celebrato in dozzine e dozzine di sedi, comprese questa pagine e tuttavia trova il suo giusto riconoscimento solo nel gol di ieri di Mario Goetze, classe 1992, che spedisce gli argentini all’argento e i compagni finalmente sul gradino più alto del Podio. Come ha giustamente sottolineato qualcuno, una nazionale che per 4 edizioni arriva almeno in semifinale, prima o poi il Mondiale deve vincerlo. Questo è vero, perchè la statistica vuole così, ma c’è di più, perchè quella di ieri sera di Rio è una Finale spartiacque.

Spartiacque fra un calcio talentuoso e gènial e un calcio costruito e programmato, Brasile 2014 ha visto prevalere nettamente la seconda prospettiva. Come è potuto accadere? Questa non solo è, a mio modo di vedere, la vera domanda post-Mondiale, ma anche il ragionamento su cui basare gli anni di calcio venturo.

Perchè adesso cominciano quattro anni senza. Saranno lunghi, come lo sono sempre gli anni senza Mondiali. Vediamo di farli fruttare.

Allora arrivederci, Mondiale, ciao.

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