In Calcio

germania-brasile-2014Sette come le classi di simmetria. Sette come i colori dell’arcobaleno. Come i Re di Roma, come i cieli dell’antichità, come i mari per i Greci. Sette come le virtù, sette come i peccati capitali, come le meraviglie del mondo. Sette come le arti liberali, come le vite dei gatti, come le camicie da sudare, come gli anni di sfortuna quando uno specchio si rompe.

Fosse successo a noi quello che è capitato al Brasile di Scolari di ieri sera, oggi il Paese sarebbe sull’orlo del tracollo. Emotivo, prima ancora che economico, sistemico ed organizzativo. Lo è anche il Brasile, oggi, per molte ragioni simili e per qualche ragione dissimile. E’ giusto darne compiutezza, dunque, poichè il mondiale degli assurdi non è se non la cartina di tornasole di un mondo a molteplici velocità.

Il Brasile è arrivato impreparato al macello targato Alemagne: lo si è visto dalle facce prima di entrare il campo, dalla reazione inesistente dopo il primo gol, dai ventotto ectoplasmici minuti iniziali. Sulle spalle dei verdeoro, oltre al cammino mediocre nel torneo dei tornei, c’era un mondiale difficile da digerire, per molti sensi. E’ stato, fuori dal campo, il Mondiale delle contraddizioni, con le faraoniche arene amazzoniche a coprire d’ombra la dilagante ferocia delle favelas, con i lavoratori sottopagati e gli investimenti ad occhi chiusi.

I carioca sono arrivati al calcio di inizio di Brasile 2014 con il polmone verde del mondo pericolosamente ansimante: il PIL brasiliano, negli anni della costruzione del Mondiale è crollato fino ad arrivare allo 0,2%, con un’inflazione dilagante, un potere d’acquisto che sfiora il ridicolo, tassi di interesse dell’11% e il feroce pericolo Blackout. Perchè sì, per tutto il Mondiale mezzo Brasile è dovuto rimanere al buio, se si volevano tenere accesi gli stadi, a causa della peggiore siccità dal 1964. Il Brasile della crescita impetuosa, della rimonta economica, dei nuovi paradisi finanziari è morto, e con esso la sua Selezione, strozzata dalla stessa mano che l’ha nutrita.

E’ un cerchio che si chiude malamente: nei piani del governo e degli organizzatori la squadra di casa avrebbe dovuto vincere il suo mondiale, e da lì tentare la ripartenza. Non si trattava di vittoria sportiva, ma di remuntada sociale, economica, culturale. E invece nada, come in un triste gioco dell’oca, il paese sudamericano e la sua Saudade tornano indietro di 25 anni.

Altrettanto vero è che la suerte brasilera è stata affidata ad una Selesao brocchina, anzichenò. Non me ne vogliano i vari Fred, Hulk, Fernandinho ma poco hanno gli odierni pentacampeones delle formazioni che hanno vinto le precedenti edizioni. Senza toccare l’Olimpo del pallone, ieri sera sembravano solo un fosco ricordo i tempi di Ronaldo, Bebeto, Romario, Ronalidnho, Cafu, Rivaldo e chi più ne ha più ne metta.

Se il Brasile era un Paese in Missione, la Germania è il migliore esempio possibile di come si fa a fare il calcio. Non a giocarlo. A farlo.

La Nazionale teutonica è il frutto di un progetto vero, non di quelli italiani tanto decantati e mai avviati, sui giovani e sui talenti nazionali cominciato già diversi anni fa. Oggi, eccezion fatta per Klose (che giocatore splendido), i ragazzini son cresciuti e quel nugolo di scalmanati post adolescenti è divenuta uno squadrone che impressiona per talento, compattezza, prestanza fisica ed uniformità tattica.

La prova di forza di ieri sera, calcistica e mentale, è stata la lezione più severa mai impartita ad un Mondiale di Calcio. Ma è stata anche la lezione che dietro al calcio c’è qualcosa di più che solo un pallone che rotola. La Germania di ieri sera ha schierato 7 effettivi del Bayern di Monaco, quasi tutti under 25, tutti cresciuti nei vivai delle maggiori società tedesche. E’ un processo che non è iniziato a maggio, ma venti anni fa, quando si trattava di rifondare pr davvero. E’ un processo che viene sorretto da società serie, da stadi pieni, da conti in ordine, da un sistema (la Bundesliga) che oggi è il terzo campionato più importante al mondo, con 2,4 Miliardi di Euro di valore.

E’ un sistema che pretende sforzi e impegno.
Ma che poi paga in risultati.
Nello specifico, sette volte tanto.

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