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Sono passati poco meno di 2 minuti dalla fine dell’intervista che Danilo Di Luca, vincitore del Giro d’Italia 2007, ha concesso a “Le Iene”, la celebre trasmissione in onda su Italia 1. Quella che Di Luca, con un’immacolata semplicità, confessa alle telecamere è una storia vergognosa e codarda. Vergognosa poiché l’ex campione della corsa più famosa del mondo non risparmia dettagli su sacche di sangue, orari e somministrazione di EPO e GH, sostenendo senza alcun rimorso di essersi dopato per “continuare a vincere“. Codarda perché lo stesso Di Luca vuota il sacco a bocce ormai ferme, puntando il dito contro l’ambiente, massacrando con sorridente spensieratezza uno sport in cui, secondo le sue stesse parole, i primi dieci di ogni gara sono certamente dopati. Comodo, viene da dire, farlo quando ormai non c’è nulla più da perdere ma anzi, si può addirittura giocare la parte del buon samaritano che toglie il velo su oscure faccende.

Gli altri sono stati più bravi di me, non si sono fatti pizzicare, chiosa ad un certo punto l’uomo di Spoltore, sostenendo che se c’è stata una mancanza da parte sua è stata nella sveglia, negli orari: cinque ore di più o cinque ore di meno possono fare la differenza. Danilo offre una confessione di cui forse non percepisce neppure il peso, ancora immerso in un vortice di assurdità e follia che tutto giustifica, tutto tollera in nome della madre vittoria. Una vittoria che non è solo sportiva, ma anche manageriale, di gestione di una pratica illegale che deve essere eseguita con perizia, intelligenza, dedizione. L’EPO, nella bocca di Di Luca, ha lo stesso peso del talento, dell’allenamento, del sacrificio. Sentirlo parlare è un colpo allo stomaco, fa venire da piangere: lo fanno tutti, chi non lo fa è perché in quel momento non è interessato a quella gara. Delle sue parole ferisce la naturalezza, la spontaneità mentre racconta di presunti motori miniaturizzati nei rapporti del cambio o di tappe del Giro o del Tour vendute a suon di bigliettoni quando si tratta di tirare la volata.

Come detto, sono parole vergognose e codarde, perché tardive e detestabili fin dalle battute di apertura. Danilo è l’unico ciclista italiano ad avere subito una squalifica a vita ma fatica ad ammettere di avere sbagliato. Non ha sbagliato, nelle sue parole, perché il ciclismo per lui è fatto di una pedalata e di un siringa, di una salita e di una trasfusione. Io andavo forte, dice, ma quando quelli che battevo un mese prima poi mi stavano davanti ho capito che bisognava fare qualcosa. Per Di Luca il doping è imprescindibile, parte dello sport: legalizziamolo, dice ad un certo punto, ma ormai è troppo tardi perché la testa ed il cuore se ne sono già andati, portati via.

Non so se e quanto sia stato astuto, da parte delle “Iene” mandare in onda questa intervista. Un’intervista che ha fatto scalpore, che ha fatto audience, come testimoniato dalle tante aspettative , ma che in fondo in fondo fa apparire lo scandalo del doping come una ineluttabile quotidianità, una ragazzata che ogni tanto finisce bene e che ogni tanto finisce male.

E invece importante soffermarsi sulle parole, deliranti persino, di Di Luca. E’ importante contestare rigo per rigo, ribattere con forza e portare avanti gli argomenti giusti, veri, sani, se ne esistono ancora. Di Luca sostiene che il doping non fa male, che il fisco non ne risente, ma questo non è vero, perché di doping si muore e perché per un Di Luca che se la cava c’è qualcuno che invece lascia le penne. Di Luca sostiene che il doping non cambia sostanzialmente, perché essendo usato da tutti riporta tutti a livelli zero, eppure non ha avuto il coraggio di dire “io sono più forte, posso farne a meno“. Di Luca sostiene di avere cominciato a doparsi per continuare a vincere, o meglio per ricominciare a vincere, ma non c’è vittoria quando si bara.

Di Luca, come Armstrong all’epoca, non parla neanche di bicicletta, della grande gioia di pedalare oltre i propri limiti, di trovare se stessi nello sforzo, nel sudore, nella gara con se stessi. Con le sue parole prende in giro le decine di migliaia di amanti veri di questo sport, quelli che la domenica mattina inforcano la bici alle cinque e mezza e vanno sulle colline, senza premi da vincere, senza sponsor sulle spalle. Di Luca è uno che ha vinto taroccando le carte e che -incredibilmente- non ha rimpianti. Perché, senza scomodare l’etica, semplicemente ad un livello umano è inconcepibile essere beccati tre volte con la mano nella marmellata fino al gomito e giustificarsi dicendo “tanto lo fanno tutti“.

L’intervista de “le Iene” di questa sera non dà giustizia all’accaduto, gravissimo, per il mondo dello sport e per l’esistere in genere. Di Luca è stato convocato dal CONI il 30 gennaio alle 12:00 per rispondere di quanto dichiarato stasera: di questo -stasera- non si è fatto menzione. Si è fatto, invece, singolarmente menzione della nuova attività dell’ex campione del Giro, costruire biciclette.

Da lui, personalmente, non accetterei neppure un triciclo.

Emanuele Venturoli - RTR Sports
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Showing 4 comments
  • Renato Novello
    Rispondi

    Ma veramente Sig. Venturoli òei pensa che quello che ha detto il Sig. Di Luca sia opera della sua fantasia , che non corrisponda al vero ? Ma Sig.Venturoli lei dove vive ?

    • Emanuele Venturoli
      Rispondi

      Renato, non so da dove Le venga questa convinzione.
      Certamente quello che ha detto DiLuca corrisponde al vero: nessuno ha mai sostenuto fosse opera di fantasia.
      E’ proprio da lì che nasce lo sdegno che mi pare emerga dalle mie righe…

  • Luigino Nalesso
    Rispondi

    Cancellate i commenti non graditi?bravi

    • Emanuele Venturoli
      Rispondi

      Gentile Luigino,
      non abbiamo mai cancellato un commento, positivo o negativo che fosse.
      Tutto quello che è stato scritto è presente su queste pagine.

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