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Per certi aspetti potremmo definire rivoluzionaria la vittoria di Ana Carrasco nel Campionato Supersport 300. È la prima volta che una donna vince un campionato ufficiale internazionale a due ruote. Insomma, un evento storico, per il mondo degli sport motoristici e del motociclismo in generale. Prova di questo non è solo l’ampia eco mediatica ricevuta dalla notizia, ma il fatto che nella conferenza stampa del Gran Premio di Tailandia MotoGP il tema sia stato ampiamente trattato da piloti e addetti ai lavori.

Classe 1997, 22 anni a Marzo, Ana Carrasco non è ovviamente la prima donna a competere sulle due ruote tradizionalmente appannaggio dei colleghi maschi. Non è neppure la prima a vincere una gara di velocità in circuito, e -a ben guardare- non è neppure la prima donna a vincere un titolo mondiale sotto l’egida della FIM (la finlandese Kainulainen lo ha fatto nel 2016 nel campionato sidecar). È la prima donna, però, a vincere un campionato motociclistico internazionale, peraltro in una classe impervia e ostica come la new entry class delle derivate di serie.

Il risultato della spagnola di Murcia, in realtà, non ha sorpreso gli appassionati e gli addetti ai lavori. Che la ragazza ci sapesse are era ben noto sin dall’ottavo posto conquistato nel GP Moto3 di Valencia del 2013, anche se il triennio passato nel motomondiale probabilmente non ha offerto uno spaccato esauriente delle possibilità della Carrasco. Oltre all’exploit valenciano del primo anno, i risultati sono stati ondivaghi e insoddisfacenti, fra difficoltà finanziarie del team, infortuni e un mezzo non sempre competitivo.

A questo punto la domanda, eterna, è sempre la stessa: possono le donne essere competitive nelle massime serie del Motorsport?

Come è ovvio, ci si potrebbe dilungare su una serie di ragionamenti, tutti azzardati e già ripetutamente affrontati. Lo spettro dei suddetti è amplissimo, a partire dalla differenza di performance fisica fra uomini e donne per terminare con le immancabili e fastidiosissime teorie sul machismo e via discorrendo. Non sta a queste pagine rispondere -o commentare- tali quesiti.

Sta invece a chi fa il mestiere delle sponsorizzazioni sportive interrogarsi sullo stato della relazione d’amore fra le donne e il motociclismo in senso lato e fra le donne e il motorsport, dacché è evidente che i due argomenti siano strettamente correlati.

Guardando le statistiche ufficiali del Campionato del Mondo MotoGP, si scopre che il pubblico femminile incide in larghissima parte sulle audience dei Gran Premi, sia a casa che in circuito. Stando a quanto riportato (fonte CSM International GMBH & Nielsen Sports), su 10 spettatori della massima serie delle due ruote, 3 sono donne. Sono cifre interessanti, specie se prese sulla larghissima scala della audience MotoGP. Se si considera che il campionato fa registrare più di 2,6 milioni di persone ai circuiti nell’ambito dei 9 mesi, significa che più di 800.000 fra bambine, ragazze e donne hanno visto un Gran Premio dal vivo nell’arco degli ultimi 9 mesi.

È evidente, ma non banale, che il successo delle donne negli sport motoristici è legato a doppio filo alla popolarità degli sport motoristici fra le donne e al successo della cultura motociclistica fra le donne. Più le moto diverranno un “oggetto” femminile e più il motorsport saprà appassionare le donne, più queste saranno protagoniste negli anni a venire.

Purtroppo sono poche le ricerche di mercato e le statistiche che ci parlano del pianeta moto al femminile, ma quelle che esistono sono incoraggianti. Stando ad un’indagine condotta dal MIC (Motorcycle Industry Council) negli stati Uniti nel 2015 emerge che in America il 14% dei possessori di moto è donna, e che il numero di queste ultime è più che raddoppiato negli ultimi 10 anni. Interessante, infine, una considerazione circa l’età media della donna alla guida, di circa 15 anni più giovane dei colleghi maschi: 35 contro 49.

Sono, evidentemente, numeri che parlano di un mercato in divenire e di una passione crescente, che sta nascendo dalle giovani e dalle giovanissime. Le ragioni di questo graditissimo trend sono certamente da cercare nella società e nel nuovo ruolo della donna, ma anche nella apertura di certi manufacturer. Talune aree dell’industria del motociclo hanno infatti da tempo preso sentieri più inclusivi nei confronti del mercato femminile, sia in termini di marketing (svecchiando finalmente l’immagine del motociclista brutto, sporco e cattivo e sostituendolo mano a mano con un motociclista consapevole e talvolta modaiolo) che in termini di produzione. Ducati Scrambler Sixty2, Triumph Bonneville T100, HD Sportster 883, MotoGuzzi V7 e Yamaha MT-07 strizzano più di un occhio alle consumatrici femminili, e con buon successo.

Come si legano tutti questi discorsi e perché devono interessare tutta l’industria motociclistica, dalle corse al mercato stradale? Come si legano il successo della Carrasco, un crescente pubblico di donne e l’innalzamento del mercato delle moto al femminile?

Chi scrive ritiene che la moto -intesa come sistema olistico- debba diventare un mercato il più trasversale possibile, uscendo da binari troppo spesso stereotipati e pregiudizi radicati e fasulli. L’arricchimento per tutta l’industria delle due ruote sarebbe incalcolabile. Per la parte che ci compete, ad esempio, non è inutile ricordare che larghissima parte dei direttori marketing, sponsorizzazione e comunicazione delle grandi aziende mondiali è donna e che è necessario dotarsi degli strumenti giusti, se si vuole comunicare in maniera efficace con queste figure e con il pubblico delle consumatrici.

Insomma, la vittoria di Ana Carrasco è un fatto sportivamente importante, ma soprattutto un significativo indicatore culturale della direzione dell’intero movimento delle due ruote. Ed è davvero una buona notizia per tutti.

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