In Marketing Sportivo, Sponsor, Sponsorizzazioni Sportive

Purtroppo, negli ultimi giorni abbiamo dovuto leggere dell’ennesimo arresto connesso a false sponsorizzazioni sportive e fatture gonfiate. Questa volta è toccato alla Formula 1, per giri di danaro da più di 50 Milioni di Euro prima incassati per intero, poi girati su banche inglesi, cinesi e -infine- nuovamente italiane e trasformate in denaro contante. Dalle indagini, ribattezzate “operazione Ghost Castle”, emergono i nomi di 30 aziende del Belpaese che hanno utilizzato sovrfatturazioni anche all’80% operate nel quinquennio 2011-2017.

È l’ennesimo, durissimo tiro mancino che viene giocato nei confronti del settore delle sponsorizzazioni e del marketing sportivo. Solo pochi mesi fa, l’operazione “Hidden Accounts” porta all’arresto di 5 persone nel brianzolo, e all’indagine su altri 82, per l’emissione di fatture false e il conseguente abbattimento dell’imponibile nell’ambito del motorsport, segnatamente rally e F1. Coinvolta nelle indagini anche SIAS, la società dell’Autodromo di Monza, che avrebbe emesso fatture inesistenti per cifre superiori al milione di euro.

Sgombriamo il campo dagli indugi: false sponsorizzazioni sportive, fatture 1 a 3 (nel migliore dei casi -ahimè), fatture gonfiate a fini di deducibilità ed orrendi giri di danari mirati ai vantaggi fiscali sono il cancro di un mestiere e di un settore intero, in un sistema adottato da pochi che ha messo in cattiva luce tutti. Operazioni criminali, poichè di ciò si tratta, che nulla hanno a che fare con il mestiere serio e quotidiano di operatori retti ed agenzie serie, che ora si trovano a combattere la quotidiana battaglia contro la diffidenza e la non infrequente occhiataccia.

E non solo. Perchè oltre ad un totale discredito che si getta inopitamente sulla categoria (fino a presupporre che chiunque operi nel settore lo faccia in maniere illecite) si perde di vista l’assoluta bontà dello strumento della sponsorizzazione sportiva, quando fatta con progettualità, impegno e criterio. Uno strumento che permette a marchi ed aziende di comunicare con effiacacia, di raggiungere target ampi e trasversali, di dotarsi di un importante impianto contenutistico e di creare risultati eccezionali in termini di vendite e posizionamento.

Se si vuole salvare il settore -non solo delle sponsorizzazioni, ma dello sport- è necessario un deciso e definitivo cambio di rotta. Al pugno duro, che deve essere d’obbligo con chi agisce in maniera non legale, va affiancata una rinnovata cultura della sponsorizzazione e del rapporto fra sport e aziende. Una cultura che parli di lavoro, di risultati, di strategie e capace di sopraffare l’istinto del furbetto del quartierino e la logica del “quel che esce dalla porta rientra dalla finestra”.

È anche, indiscutibilmente, una cultura che deve partire dal basso, dai livelli grassroot dei settori giovanili, delle cantere e delle province. Qui, dove purtroppo ancora le fatture false per pochi spicci sono all’ordine del giorno, è necessario instillare logiche che prevedano la conversazione con enti e realtà del territorio desiderose di investire non su una squadra, ma su una generazione, su un movimento. Gli Stati Uniti sono un paese per nulla perfetto, ma banche, assicurazioni, finanziarie e imprenditori hanno compreso che è necessario essere al fianco dei consumatori “in the making“, ed essere presenti durante il percorso, se si vuol esser scelti al momento del bisogno. Ecco perchè la maggioranza delle palestre scolastiche, campi di high school e campus universitari sono abbondantemente finanziate, ed ecco perchè i programmi sportivi e gli impianti sono di tale livello.

Infine, è necessario ritornare a guardare ai professionisti, siano essi dello sport, del marketing o del management, abbandonando una volta per tutte faccendieri, affabulatori e azzeccagarbugli del caso. È necessario guardare allo sport con spirito aziendale, come ad un settore florido ed in costante crescita che tanto può offire alle aziende e al territorio, anche in termini di ritorni economici. E non unicamente come ad una lavatrice per i panni sporchi e, ancora, i profitti illeciti.

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