In Basket, Marketing Sportivo, Sports Marketing

Diceva Giuseppe Prezzolini già agli inizi del secolo scorso che gli italiani si possono dividere semplicemente in due grandi categorie: i furbi e i fessi. Forse proprio per evitare di ricadere in questa dicotomia, scelse nel 1940 di divenire cittadino americano e poi di morire a Lugano, nella parte italiana della neutralissima, e furbissima, Svizzera.

Prezzolini sarebbe oggi orgoglioso della bontà e della longevità del suo pronostico che, quasi cent’anni dopo, si rivela ancora straordinariamente attuale.

Senza ombra di dubbio alcuno, la vicenda della Fortitudo Bologna e di Metano Nord è una vicenda di pochi furbi e tanti fessi, travestita da vicenda di scarsa competenza e di ridotto chilometraggio. Come sia possibile che una società sportiva che ha conosciuto trionfi nazionali e sovranazionali possa cadere in un tourbillon del genere è ancora lontano dalla mia, modestissima per l’amor di Dio, comprensione. Quello che è certo, invece, è che il nostro sport (tutto) e il nostro mestiere (quello degli addetti ai lavori del marketing sportivo) subisce l’ennesimo duro colpo, la cui responsabilità cade ancora una volta su furbi e fessi in egual misura.

Le domande senza risposte di questa faccenda sono infinite. Lo svolgimento, specie per chi fa un lavoro come il nostro, è assolutamente inspiegabile. Come è possibile che una società sportiva non abbia mai incontrato di persona l’amministratore delegato di un’azienda che -in teoria- sta per diventare main sponsor? Come è possibile che non vi siano riunioni con la presenza di entrambe le direzioni? Come mai si vocifera sia stata pagata una lauta commissione ad un intermediario senza che i danari della sponsorizzazione siano prima stati effettivamente intascati? Come si fa a dar incarico a personaggi qualunque, senza una storia, senza un portfolio, senza affiliazioni, senza referenze?

Davvero, quanto accaduto è inspiegabile.

Nella mia carriera lavorativa ho avuto la fortuna di assistere alla stipula di numerosi accordi e contratti, fra sponsorizzazioni, licensing, collaborazioni, partnership. Quanto accaduto alla Fortitudo e a Metano Nord è impossibile in un percorso normale, fatto di mille riunioni, eterne conference call, decine di trasferte nelle rispettive sedi e lunghe argomentazioni e discussioni alla presenza di studi legali e avvocati di vario genere.

È errato dire che i furbi esistono perchè ci sono i fessi, ma altresì è impensabile che si compiano simili autogol, e che non vi siano procedure, manuali e meccanismi di controllo in essere. La professionalità è importante. Ed un professionista è semplicemente l’incrocio fra una persona brava ed una brava persona. Questo vale in ogni ambito delle arti, dei mestieri e della vita comune, senza divisione di genere o sorta.

È un circolo virtuoso, o vizioso a seconda delle prospettive, ma fino a quando non si cambierà la cultura alla base dello sport stesso, facendola passare da passatempo per faccendieri a professionisti del settore, non se ne verrà a capo. Dico questo da Bolognese deluso per l’ennesima catastrofica trovata di una squadra cittadina, e da addetto ai lavori intristito per l’ennesima carovana di fango gettata sulla categoria dei lavoratori del marketing sportivo. Che, necessariamente, viene accomunata alla categoria dei furbi. E, badate bene, nessuno vuole avere a che fare con i furbi, perchè enorme è il rischio di passare per fessi.

Fortitudo e Metano Nord hanno immediatamente -una volta scoperto l’impiccio- messo sul tavolo le carte della sincerità. Da una parte e dall’altra, l’asso giocato è quello della totale inconsapevolezza. Ma se dalla parte dell’azienda bergamasca questa è una mossa giusta, e perfettamente legittima, dalla parte della compagine bolognese è una ammissione che lascia ancora più l’amaro in bocca. L’ignoranza su come si fa a fare un determinato lavoro non è nè una scusa nè una giustificazione, semplicemente un’aggravante.

Spesso il mondo dello sport, specie quello italiano, lamenta l’assenza di soldi, la mancanza di risultati, la condizione lacunosa di movimenti immobili e apparati antidiluviani. È la punta di un iceberg sovradimensionato, che tipicamente viene alla luce quando l’assenza di risultati è talmente manifesta da rendere impossibili anche le operazioni di smaltimento della polvere sotto i tappeti. Improvvisamente, d’emblée, le nostre formazioni non si qualificano per i mondiali, le nostre squadre vengono polverizzate nei tornei europei, cadono al primo turno come pere mature di fronte a compagini straniere. In quei momenti si leva feroce la voce del popolo, che d’un tratto chiede la testa di questi e quelli, zittendosi però all’arrivo del grande campione e rivestendosi a festa la settimana dopo. Nessuno, o pochissimi, si interrogano sulle cause di tale patatrac.

Eppure le ragioni sono evidenti e manifeste, e risiedono in un mondo dello sport ancora popolato di furbi e di fessi, in cui poi i professionisti devono scavare e lottare per fare riemergere il valore e la bontà di quest’operazione, di quel contratto, di quegli accordi.

È tempo di cambiare, se non si vorrà continuare a guardare con nostalgia all’America e all’Inghilterra. O semplicemente a Lugano.

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