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Di Valentina Cozza

José MourinhoParliamo di Mourinho e Chelsea. In pochi quest’estate avrebbero scommesso su un Mourinho che non mangia il panettone. Forse nessuno avrebbe scommesso sui campioni d’Inghilterra relegati ai margini della classifica, a un passo dalla zona retrocessione. Chiaro quindi che l’esonero di Mourinho dalla panchina dei Blues faccia parecchio rumore. E non solo quello dei nemici. E in quanti avrebbero puntato sulla freddissima vendetta del buon vecchio Ranieri, troppe volte deriso a fatti e parole dal modernissimo Mourinho?

Ma cos’è successo davvero tra lo Special One e il Chelsea? E’ vero, ha conquistato solo 15 punti in 16 partite che tradotto vuol dire 9 sconfitte in 16 gare e che nel caso specifico, per usare altre parole ancora, vuol dire aver incassato in tre mesi di campionato più del doppio delle sconfitte subite nell’arco di tutta la stagione dell’anno precedente. Comunque si voglia esprimere questa disfatta, risultati del genere sono, di norma, più che sufficienti per sollevare dall’incarico un allenatore qualunque. Ma quando si parla di allenatori qualunque non si parla di lui. Quando si parla di Mourinho non ci si può fermare ai numeri e la ragione va cercata in altri porti. 

Proveremo a fare qualche considerazione che esuli dai numeri e guardi ad aspetti forse addirittura più cruciali della posizione in classifica. Ma prima di fare ciò chiariamo di chi stiamo parlando.

Stiamo parlando di un allenatore che ha vinto tutto quello che è possibile vincere alla guida di un club di calcio, e per di più è stato uno dei pochi a vincere tutto contemporaneamente. Con l’Inter del “triplete” 2010. Il suo talento in termini sportivi è assolutamente indiscusso.

Ma stiamo anche parlando di un uomo il cui carisma non si esaurisce affatto nel perimetro del campo di calcio. Lo special one, come lui stesso si definì durante una conferenza stampa quando allenava il suo primo Chelsea, è molto più che un ottimo allenatore: è uno stratega, è un comunicatore eccezionale. Lui è un uomo di marketing. O si ama o si odia. A nessuno può risultare indifferente. 

La Molinari qualche anno fa lo ha scelto come testimonial in quanto incarna perfettamente il motto dei suoi spot: prendi una decisione chiara. E lui é uno che va dritto all’obiettivo. Senza tentennamenti.

Sono celebri le sue dichiarazioni provocatorie, i suoi aforismi, le polemiche, i silenzi stampa studiati e misurati. Quelle manette simulate in segno di protesta contro un sistema calcistico, quello italiano, che non gli è mai andato tanto a genio e che più volte lo ha deferito, multato e squalificato. Quei contropiede che spiazzavano tutti, colleghi e media compresi. 

Stiamo parlando, ancora, dell’artefice di una sofisticata rivoluzione in termini di comunicazione nel mondo del calcio, che prima del suo arrivo in Italia, studiava l’italiano cinque ore al giorno al fine di comunicare alla perfezione con stampa, squadra e tifosi. Non poteva certo correre il rischio di fraintendimenti, lui, che nelle parole ha da sempre visto un’arma con cui stemperare i toni, togliere pressione alla sua squadra, creare polarizzazioni funzionali alla definizione di un “noi” compatto e solido – la squadra- in grado di prevalere sulle ostilità di cui solitamente si circondano le big. 

Ma a dispetto di una personalità così ingombrante, prima dell’avventura in Spagna con il Real Madrid, nessuno dei giocatori allenati fino ad allora aveva mai avuto parole negative nei suoi confronti. Neppure quelli meno utilizzati, quelli che gli facevano compagnia in panchina. Neppure Balotelli.

In tanti ricorderanno le parole di Materazzi e le immagini di quell’abbraccio ricco di significato dopo la vittoria della Champions con la sua Inter. Prima del Real Madrid, era riuscito meglio di chiunque altro a creare squadre con uno spirito di gruppo  talmente forte da sopperire a eventuali limiti tecnici con la grinta e l’unità di intenti.

Poi, a Madrid, succede che il suo carisma si scontra con l’autorità di dirigenti e giocatori. Valdano, direttore sportivo poi allontanato dal presidentissimo Perez, Casillas, portiere e allora capitano, Sergio Ramos, difensore e fedelissimo del capitano. Lo stile di Mou, volutamente arrogante e presuntuoso, sicuramente autoritario, non è piaciuto a figure probabilmente abituate a comandare, figure che sotto la sua guida si sono trovate ad essere indebolite. Dopo, seguono tre anni difficili, con qualche vittoria ma molte critiche (e una convivenza durissima con un Barcellona a volte troppo forte per tutti), il Chelsea 2.0, le semifinali di Champions al primo anno e la Premier League al secondo.

Ma c’é anche qui qualcosa che non va. Non ha il controllo totale del contesto né riesce a ricreare un gruppo di soldati pronti a morire in battaglia per il loro condottiero. La frase rubata circa l’età di Eto’o mina la serenità della squadra nella prima stagione. Le dichiarazioni del talentino Hazard, a cui non piace il gioco della squadra, rovinano la festa per il trionfo in Premier nella seconda.

E ora il terzo anno. La lite con la dottoressa Eva Carneiro sembrava essere una delle sue strategie per attirare l’attenzione su di sé più che sulla brutta prestazione e sul deludente risultato. Invece la situazione é precipitata, la dottoressa é stata allontanata e ha denunciato Mourinho. Se ne parla ancora oggi, a distanza di cinque mesi e con una battaglia legale in corso.

Poi le sconfitte e quell’ “I have nothing to say” ripetuto all’infinito, come un disco rotto, quasi a simboleggiare la difficoltà di un leader che per la prima volta ha perso i suoi seguaci. Altre volte Mourinho non ha voluto parlare con la stampa. É successo spesso in Italia. Ma l’obiettivo della sua polemica era a volte la stampa, colpevole di prostituzione intellettuale, spesso la classe arbitrale, mai il suo team.

Poi ancora le dichiarazioni su Diego Costa, incapace di leggere le partite. E infine la separazione dal club, consensuale o almeno così si é detto.

Forse un giorno sapremo se é vero quanto affermato da Capello, ovvero che logora i giocatori, fisicamente e mentalmente, al punto tale da essere sostenibile per non oltre due anni. Forse sapremo se é vero quanto pensano in tanti, che ottenga i migliori risultati con gruppi di giocatori esperti e senza primedonne.

Di certo oggi sappiamo che lui, José da Setubal, é un po’ più umano di quanto pensassimo.

Valentina Cozza

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