In Formula 1

Dopo l’omicidio (non c’è altro modo per definirlo) di George Floyd si è assistito alla giusta nascita del movimento BLM – Black Lives Matter– che ha raccolto l’immediato supporto di tutti gli antirazzisti del globo. Tutti, indipendentemente da credo, colore, nazionalità o fede politica sono stati colpiti dal comportamento della polizia americana ed hanno manifestato la propria disapprovazione. Sportivi, attori, musicisti si sono affiancati alla gente comune per comunicare la propria indignazione e la necessità di cambiare.

Tra le tante voci che si sono levate a supporto di BLM, una particolarmente ascoltata e che gode di grande popolarità è quella del sei volte campione Mondiale di Formula 1 Lewis Hamilton.

 

Hamilton sta cercando di sensibilizzare l’ambiente della Formula 1 promuovendo la diversità tra tutti gli operatori, non solo tra i piloti. A supporto di ciò, la sua squadra Mercedes AMG Petronas ha abbandonato la consueta colorazione, facendo diventare le monoposto di Stoccarda da frecce d’argento a frecce nere.

La categoria comunemente riferita come BAME (Black, Asian and Minority Ethnic) non è largamente rappresentata in F1 e alle donne sono, a parte rare eccezioni, riservati generalmente ruoli nei settori comunicazione ed hospitality.

Hamilton ha dato l’esempio ai suoi colleghi e si è inginocchiato insieme ad alcuni di essi in occasione della presentazione degli scorsi gran premi, polemizzando in seguito con l’organizzazione perché i tempi dati non permettono a tutti i piloti di partecipare agevolmente.

Negli scorsi giorni, il Campione del Monod ha anche tirato le orecchie a due vecchie glorie della F1 come Mario Andretti e Jackie Stewart, che a suo dire minimizzavano il problema e li ha tacciati di ignoranza.  Infine, come riportato dalla BBC, nelle ultime settimane Lewis si è pronunciato anche sullo spinoso argomento della rimozione delle statue simbolo di schiavitù , chiedendo che vengano rimossi tutti i simboli razzisti (‘Remove all racist symbols’).

Tutto lecito, tutto giusto. Tuttavia, e non riesco a non dirlo, anche la Daimler-Benz come tante altre industrie tedesche, si è servita durante l’ultimo conflitto mondiale di lavoratori forzati – prelevati dai tristemente famosi campi di concentramento- per prestare gratuitamente la loro opera in favore dello sforzo bellico del Reich che li voleva sterminare. Numerosi sono infatti i progetti della stella a tre punte sviluppati in collaborazione con il Reich: fra questi spicca proprio la celebre Mercedes 770, l’auto preferita dal Fuhrer e ben presto divenuta un’istituzione fra le fila del nazionalsocialismo.

Mi piacerebbe che, quando Lewis Hamilton andrà a rinnovare il contratto che lo lega alla Mercedes, questa giusta sensibilità emergesse e che anche lui si informasse sul passato dei propri datori di lavoro così come chiede agli altri di farlo.

Si vocifera che il suo stipendio, corrisposto da Mercedes negli scorsi anni, si aggirasse sui 40 milioni di Sterline a stagione, una cifra importante magari in grado di desensibilizzare come un antistaminico il plurititolato Lewis. Sensibilità che non gli ha impedito di concludere un lucroso accordo in passato.

Da rinnegare, così come le statue simbolo di un passato poco virtuoso, sarebbe anche allora il lungo accordo che ha legato in passato il campione britannico al marchio Hugo Boss. Proprio l’azienda di moda che per anni è stata al fianco del pilota ha, negli anni del conflitto, vestito i gerarchi del regime e curato il look di tutto il partito servendosi di manodopera presa dai lager.

Intendiamoci ora molto chiaramente: Hamilton -e certamente non solo in virtù del suo sterminato talento sportivo- ha facoltà di dire e pensare ciò che vuole. Di più, la causa per la quale si sta spendendo è giusta, sacrosanta e profondamente necessaria. A stridere talvolta è forse l’eccesso, che trasforma il tema serio in macchietta a furia di stiracchiarlo. Che perde forza e credibilità quando lo si porta sui binari dell’esagerazione a tutti i costi. Forse sarebbe meglio tirare la linea, non dimenticare gli errori del passato evitandone di nuovi, ma senza forzature.

Le azioni e la coerenza sono le basi di giudizio su cui mi formo un’opinione. In questo caso, non ho saputo trattenermi dal dire la mia.

Riccardo Tafà
Riccardo nasce a Gulianova, si laurea in legge all’Università di Bologna e decide di fare altro, dopo un passaggio all’ ISFORP (istituto formazione relazioni pubbliche) di Milano si sposta in Inghilterra. Inizia la sua carriera lavorativa a Londra nelle PR, prima da MSP Communication e poi da Counsel Limited. Successivamente, seguendo la sua insana passione per lo sport, si trasferisce da SDC di Jean Paul Libert ed inizia a lavorare nelle due e nelle 4 ruote, siamo al 1991/1992. Segue un breve passaggio a Monaco, dove affianca il titolare di Pro COM, agenzia di sports marketing fondata da Nelson Piquet. Rientra in Italia e inizia ad operare in prima persona come RTR, prima studio di consulenza e poi società di marketing sportivo. 
Nel lontanissimo 2001 RTR vince il premio ESCA per la realizzazione del miglior progetto di MKTG sportivo in Italia nell’anno 2000. RTR tra l’altro ottiene il maggior punteggio tra tutte le categorie e rappresenta L’Italia nel Contest Europeo Esca. Da quel momento, RTR non parteciperà più ad altri premi nazionali o internazionali. Nel corso degli anni si toglie alcune soddisfazioni e ingoia un sacco di rospi. Ma è ancora qua, scrive in maniera disincantata e semplice, con l’obiettivo di dare consigli pratici (non richiesti) e spunti di riflessione.
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