In Formula 1, Motorsport

F1 Belgian Grand Prix - Race

Pensavamo fosse un calesse, invece era amore. Quando il sole delle Ardenne va a dormire sul circuito di Spa, le chiacchiere stanno a zero e i fatti sono molto chiari: quella che doveva essere la più catastrofica delle stagioni delle ruote scoperte, si sta rivelando uno dei più brillanti mondiali di sempre. La Formula 1 è morta, evviva la Formula 1: l’avevamo data per spacciata, invece non è mai stata così in forma.

Con buona pace dei detrattori, dei criticoni e dei fedelissimi sostenitori del vessillo della Formula Noia, nell’Università belga va in scena uno spettacolo grandioso e mirabolante, fatto di sorpassi, di guerre psicologiche e destrieri impazziti. Ci sono tutti gli ingredienti per un thriller da tachicardia garantita, e le aspettative non vengono certo tradite.

Non ci si lasci ingannare dal chiacchiericcio su flussometri, nuovi regolamenti e cavallini spompati: si è tornati a correre, a correre per davvero, mettendoci il coraggio, la rabbia, l’incoscienza e buttando tutto in roulette dal primo giro. Da Rosberg che sperona il più blasonato compagno alla seconda tornata fino al giovane danese che non si cura poi troppo di mandare Alonso per i verdi prati delle Ardenne, sembra che questo sport, almeno per carattere, sia tornato indietro trent’anni, quando ogni corsa era una lotta che iniziava già lontano dalla griglia di partenza, per poi finire ben oltre la bandiera a scacchi.

Certo, a fine anno l’iride andrà probabilmente al biondino dal passaporto monegasco, ma -diciamocelo, una buona volta- era tanto che non si vedeva una roba del genere. E, sopratutto, se Nico vincerà lo farà da “cattivo”, con la coscienza e le mani sporche di qualche bravata di troppo, le orecchie colme dei fischi di più di una nazione. Bello così.

Non è, ovviamente, tutto oro quel che luccica e probabilmente se non fosse per qualche fesseria di troppo del duo in argento, ci troveremmo di fronte a gare un tantinello più noiose, ma tant’è. Di buono c’è che la massima serie dell’automobilismo si è messa in gioco, sparando ad alzo zero e rischiando molto, e pare finalmente che l’azzardo stia pagando.

Buona parte del gran spettacolo, è chiaro, è offerto proprio dal rapido cambiamento cui piloti e scuderie sono stati sottoposti -volenti o nolenti- fra la presente e la passata stagione: piloti che mal s’adattano alle nuove monoposto, auto un po’ meno affidabili e un gran numero di variabili tecniche e tattiche da tenere in considerazione. E’ una Formula 1 più “guidata”, in cui servono un po’ più manico e un po’ più coraggio per tenere giù il piede e in cui, di nuovo, per passare davanti alle volte serve anche tirare fuori gli artigli.

Inoltre, una Formula 1 che ha avuto il pregio e il coraggio di fare crescere rapidamente tanti nuovi giovani interessanti, come Ricciardo, Magnussen, Bottas, Kvyat, sempre più spesso davanti ai più blasonati vicini di garage, e sempre più scevri da timori reverenziali o malinconie d’altro tipo. Loro saranno gli anni a venire e loro, meglio di chiunque altro, stanno meglio interpretando questo “nuovo mondo antico”.

Probabilmente dopo i fuochi d’artificio estivi, il resto del mondiale ritornerà in carreggiata per divenire una lunga passerella Mercedes. Oppure, ma non ci è dato saperlo, la crisi della “coppia che scoppia” proseguirà fino ad Abu Dhabi, dove Ricciardo e la Red Bull tenteranno il grande azzardo, anche complici i doppi punti.

Ma le ultime gare sono state quanto di più appassionante visto su un circuito da un decennio, e ci sono tutti i segnali per un positivo, grande rinnovamento. La Formula 1 non è morta, non c’è da preoccuparsi.

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