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“E’ stato tutto troppo perfetto, troppo a lungo. Il successo sportivo, la vittoria sul cancro, un matrimonio perfetto. Peccato che fosse tutta una grande bugia. Era tutto un grande bugia” – Lance Armstrong

Era il 1969 ed Eddie Merckx dominava qualsiasi cosa avesse due ruote e altrettanti pedali. In quell’anno, il belga aveva già messo in tasca la Milano-Sanremo, la Liegi-Bastogne-Liegi e le Fiandre. Infaticabile e dallo stile inconfondibile, sul finire della primavera è già maglia Rosa al Giro d’Italia e in una storica cronometro disputata sulle strade di San Marino, rifila ben più di un minuto a Gimondi. E’ l’apoteosi, e il ciclismo mondiale, anzi, la storia del ciclismo mondiale, ha trovato un nuovo signore. Arrivati alla tappa di Parma-Savona, che Merckx domina senza fatica e anzi allungando il suo distacco sul secondo (1’41”), la carovana del giro si ferma per un giorno di riposo e il campionissimo viene richiamato per un controllo antidoping: positivo. Nel sangue dell’uomo di Tielt-Winge tracce di fencamfamina, stimolante del sistema nervoso utilizzato per non sentire la fatica. Merckx nega, piange e proclama a gran voce la sua innocenza, ma la Commissione è inflessibile e il belga viene sospeso dalla seconda gara più famosa del mondo. Il giorno dopo, in un fondo su “Il Corriere della Sera” dal titolo “Tutti a casa”, Indro Montanelli si ergerà, con risultati alterni, a fianco del campione, cui si sospetta sia stata passata una borraccia contaminata per incastrarlo agli occhi degli organizzatori.

Tutti a casa. 44 anni dopo, e alla luce della prima parte di intervista a Lance Armstrong andata in onda ieri sera sulla OWN Channel, “tutti a casa” è ancora uno slogan più che mai adatto al ciclismo. Sì, tutti a casa, davvero, con le bici nei garage, e il ricordo di questi anni da fare scomparire il prima possibile. Bastano pochi minuti dell’intervista che l’ex 7 volte campione del Tour De France concede a Oprah per far nascere un senso di profondo disgusto, e rammarico, per tutta questa vicenda. In America va in onda, in due puntate, il più grosso scandalo dello sport non solo della nostra epoca, ma forse di sempre. Negli Stati Uniti, gli occhi sono tutti puntati sulla televisione, i dati audience sono da record.

“In tutte le sette vittorie del Tour, ha fatto uso di sostanze dopanti?” “Si”
Epo?” “Si”
Trasfusioni?” “Si”
Testosterone?” “Si”
“Avrebbe mai vinto senza quelle sostanze?” “No”
“Cosa è successo delle persone che la contestavano, all’epoca?” “Li ho combattuti, li ho fatti sbattere fuori. Sono diventato un bullo. Oggi è uno dei giorni più felici della mia vita. Era tutta una grande bugia che è finita”

Il rammarico aumenta se si pensa a quanto tutto sia sempre stato negato, con forza, con dichiarazioni forti, con una passione e una convinzione che hanno saputo stregare il mondo. E far pensare che i cattivi fossero gli altri. Anche io lo difendevo, sostenendo in un vecchio articolo che era una caccia alle streghe, un accanimento, una violenza inutile. E invece. Alla celebre conduttrice Armstrong snocciola una via l’altra confessioni da lasciare a bocca aperta. “Lo facevano tutti, su 200 partecipanti forse ce ne erano 5 che non si dopavano. Era come mettere aria nelle gomme o acqua nelle borracce” e ancora “no, non avevo paura di essere scoperto. Io non potevo essere scoperto” e ancora “non ho mai costretto nessuno a doparsi, però, certo, ho combattuto quelli che non erano leali nei miei confronti, li ho fatti mettere da parte” e ancora “mi dopavo anche prima del cancro, ma almeno prima non ero un bullo, poi lo sono diventato“.

Ma, come se non bastasse, c’è qualcosa che ferisce di più di tutto questo, che lascia ancora più sgomenti. Ed è che Armstrong parla di tutto questo con una freddezza e una lucidità spiazzanti, come se trasfusioni e siringhe non fossero poi neppure così tremende. Non v’è pentimento, non v’è emozione, non una lacrima. “E’ tutta colpa mia, ho fatto degli errori e devo delle scuse ad alcune persone”. C’è da mettersi a piangere quando conferma, senza un tremolio della voce, che -dopo essere stato trovato positivo al cortisone nel 1999- si è salvato grazie a ricette fasulle retrodatate o quando dice che “a causa del passaporto biologico, doparsi è diventato un po’ più complicato”.

E’ un uomo senza paura, Armstrong, nel senso peggiore del termine. Nel senso che pensa che tutto gli sia dovuto, o concessso, e che in fondo ognuno è libero di prendersi tutto ciò che desidera, poco importa il mezzo. Un uomo che non aveva paura di essere scoperto, non aveva paura di essere considerato un baro (“ho controllato il termine sul vocabolario, non c’entra con quel che ho fatto io”), non aveva paura di disintegrare le carriere e le vite di chi gli si metteva contro (Landis, Andreu, O’Reilly, ma la lista è lunghissima). Ma non solo: il Texano non ha avuto paura di costruire una macchina stroardinaria benchè basata sulla menzogna (la fondazione Livestrong, le campagne per lo sport pulito, l’attacco all’USADA) e di mettersela in spalla, così come non ha avuto paura di rimettersi in bici nel 2009 per altri due anni, dopo un ritiro già annunciato (“è stato il mio più grande errore. Fossi rimasto fuori non sarei qui oggi”).

A tinte fredde, senza sbavature, Armstrong dipinge il ritratto di un meccanismo corrotto ma perfetto, tenuto in equilibrio dai silenzi e dalle tacite consapevolezze di ciascuno: “lo facevano tutti, era impossibile scoprirmi. Senza doping non si vincono certo 7 Tour de France“. E tenuto in piedi dai soldi. Già, perchè se qualcuno pensa che questa sia solo una questione di moralismi sbaglia di grosso: ci sono da ridefinire una quindicina d’anni di ciclismo ai massimi livelli mondiali. E i numeri fanno spavento. Già, perchè delle 90 vittorie ufficiali di Lance Armstrong, 53 gli sono già state revocate, compreso il bronzo Olimpico, che il CIO ha richiesto indietro in maniera ufficiale. Poi ci sono i 125 Milioni di dollari guadagnati da Armstrong fra premi e ammennicoli vari, di cui si stima che 110 Milioni andranno in risarcimento danni. E la lista dei creditori adesso si fa lunga, importante e baldanzosa: il Sunday Times di Londra vuole 1,5 Milioni di dollari dal texano come rimborso per i danni d’immagine causati al giornale.

La confessione shock e gelida di quello che per l’America è stato un idolo uccide il ciclismo con un colpo sapiente e diabolicamente astuto. Il ciclismo muore perchè il suo Campione dice pubblicamente e senza rimpianto che assumeva sostanze perchè lo facevano tutti. E’ un vuotare il sacco malandrino e codardo, perchè si appioppano le zavorre a tutti nessuno escluso, in modo da affondare insieme. Il reo confesso più prestigioso non si pente (“Pentito? Solo chi vedrà si farà un’idea“) perchè così va il mondo. E’ una brutta mossa, questa. E a chi chiede come mai Lance abbia deciso di mettersi alla berlina televisiva e di confessare pubblicamente solo ora, ecco la risposta: perchè questa è la strada più facile verso la mediatica redenzione e verso un ammorbidimento della pena. Non è il primo, già Marion Jones nel 2007 recitò la parte del “così fan tutte”, stavolta davanti al giudice, nel tentativo di sfuggire ai cinque anni di carcere.

Un’infografica straziante del New York Times mostra che, delle ultime 15 edizioni del Tour, ben 12 hanno visto il loro vincitore trovato, prima o poi, positivo al doping. I nomi? Illustri, sono quelli dell’elite del ciclismo della nostra generazione: Pantani, Armstrong, Landis, Contador, Ulrich, Basso, Zulle. E poi ancora Rumsas, Leipheimer, Kohl, Schleck, Mayo, Gonzalez, Olano, Virenque.

E’ un giorno assai serio per il ciclismo, quello di oggi. Perchè occorre non solo un rifiuto pubblico del movimento nei confronti del doping, ma una riflessione intima, privata e seria di chiunque pedali per diletto o professione su una bicicletta da corsa, che deve rifiutare la menzogna e il pericolo rappresentati dall’uso di sostanze illecite . Di doping si muore, ogni giorno, in ogni sport, non solo sulle strade del Giro d’Italia ma in qualsiasi campionato, Lega o torneo dilettantistico e pro. Occorre pensare, in fretta, adesso.

Per oggi, almeno, tutti a casa.

By Emanuele Venturoli - RTR Sports Marketing
Nelle foto: Lance Armstrong
Pictures from the web

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