In MotoGP, Motomondiale

marquez-setteSette sono i mari, secondo gli antichi greci. Sette sono le meraviglie del mondo, e i giorni della settimana. Sette sono i peccati capitali, ma anche i Re di Roma e i cieli creati nel Corano. Sette sono i bracci del candelabro ebraico, le arti liberali, le vite del gatto e le chiese da girare quando non si trova la strada. Sette sono gli anni di studio matto e disperatissimo di Leopardi, i chakra e le piaghe d’Egitto. Sette come la Fortuna, il Vaso di Creta e i palmi di distanza fra il sole e la terra nella cultura Cherokee.

Sette -infine- sono le corone di Marc Marquez, incoronato ieri sulla pista nipponica di Motegi Campione del Mondo MotoGP 2018, con tre gare d’anticipo. Sette meno due sono i titoli nella classe regina, conquistati in sette meno uno anni.

Numeri da capogiro

Se il sette è un numero importante, in tutta questa storia, gli altri sono da capogiro. In MotoGP Marquez ha corso 105 gare fino ad oggi, vincendone il 41 per cento, ovvero 43. In queste 105 gare, ha conquistato il podio in 76 occasioni, partendo dalle pole position 50 volte, guadagnando 1830 punti totali, più di 305 a stagione. A sparigliare le carte delle statistiche stanno una stagione ancora in corso, con 75 punti sul tavolo e viziata dal round cancellato di Silverstone. A sparigliare le carte della ragione sta il documento di identità del ragazzo di Cervera, che recita -alla voce età- solo 25.

I paragoni con l’Olimpo, a questo punto, sono inevitabili ma necessariamente fumosi. Doohan, Rossi, Agostini. Nomi che solo a pronunciarli fanno paura, ma la cui distanza cala a velocità siderale, come quando si viaggia nell’iperspazio. Ha più senso, invece, parlare della statura dei competitor di Marquez in questi anni, in cui la cifra tecnica e di talento è probabilmente impareggiata nella storia del Motociclismo. Se vincere è di per sé operazione complicata, diventa impresa titanica quando lo si fa sistematicamente contro Lorenzo, Rossi, Pedrosa, Dovizioso e via discorrendo.

I numeri, però, raccontano anche di un altro aspetto, un passaggio interessante di un percorso che pare ormai completo. Al momento in cui si scrive, Marc Marquez ha totalizzato zero (leggi 0) DNF nel campionato in corso: è la prima stagione MotoGP in cui lo spagnolo non abbandona una gara. Certo, ci sono il 18esimo posto a Termas e il 16esimo al Mugello a fare da contraltare, ma la questione è mentalmente, psicologicamente diversa. Non è facile confrontarsi con qualcuno che -in un modo o nell’altro- la porta sempre al traguardo. Non è facile buttare al tappeto un tizio che non cade mai.

Nonostante l’età, e nonostante il lasso di tempo abbastanza ridotto di cui si sta trattando, il dominio dello spagnolo è assai cambiato negli anni. Al tracotante ed esuberante talento, ora si è sostituito un più placido strapotere mentale. È una sicumera eterna e zen, una consapevolezza mistica e ineludibile di essere -in un modo o nell’altro- imbattibile.

Marquez, in gara, non cade più. Cade il venerdì, il sabato e persino la domenica mattina, nella continua e inesauribile ricerca di quel limite impossibile da superare. Tutto il suo weekend, fino al semaforo verde, è dedicato al disegno di quella linea invisibile e magica entro la quale sa di potere correre. Non un centimetro in più, non uno di meno. Tutto questo bagaglio -di limiti, di linee, di centimetri- è la dote che reca con sé in gara, mentre gli altri scivolano, incespicano, volano contro le barriere. Quest’anno Dovizioso è andato nella ghiaia 4 volte, Lorenzo 3 (più due mancate partenze). Solo Rossi non è precipitato accanto agli altri, ma la sua Yamaha non era al livello che ci si aspetta dalla casa dei tre diapason.

E la moto?E’ così insuperabile come il suo pilota?

Parlando di moto, Marquez porta al trionfo una Honda buona ma non insuperabile. Non è inesatto dire che la RC213V è probabilmente la seconda moto migliore del mazzo, dopo la Ducati, e gli eccellenti exploit di Cal Crutchlow (che proviene da Team satellite ma con mezzo factory spec) lo dimostrano. Il prototipo della casa con l’ala è un mezzo equilibrato e ben bilanciato, che non stupisce in nessuna categoria particolare senza però avere alcun punto debole. Non è certo la Honda onnipotente del 2013 e del 2014, ma è un destriero cucito addosso al suo cavaliere e mansueto a sufficienza da non imbizzarrirsi anche nelle imprese più impossibili.

Ora, le domande che restano da porsi sono unicamente relative al futuro, e alla convivenza con un altro iridato, Lorenzo. Sono speculazioni di ordine psicologico e legate al campo relazionale, più che prestazionale. È la prima volta che Marquez ha accanto a sé non solo un campione del mondo, ma un potente contender mentale, abituato dal canto suo a compagni di garage che puntavano come minimo al titolo. In tempi recenti, lo stesso Lorenzo ha pubblicamente ringraziato Marquez per avergli dato la possibilità di entrare nel Team Repsol Honda, accettando la sfida. L’impressione, probabilmente sbagliata per l’amor di Dio, è che questo Marquez non abbia paura di nessuno e sia pronto con la solita serafica furia a raccogliere questa sfida e quelle che verranno.

A supporto di questa teoria c’è una consapevolezza, infatti. Questa non è stata una storia di “se” e di “ma”. Non ci sono state circostanze fortuite, o sliding doors cinematografiche. Non ci sono stati colpi di scena, né lo zampino del destino cinico e baro. Al contrario: i pretendenti al trono -come detto- erano in salute, forti e numerosi e prova ne è che gli ultimi due mondiali hanno visto il Dovizioso più in forma di sempre, e la Ducati più incredibile dai tempi di Stoner.

Ora, a soli venticinque anni, l’ombra dello spagnolo è già lunghissima sullo sterminato panorama della storia del motociclismo mondiale. In prospettiva, se possibile e se consideriamo che Rossi è ancora competitivo a 39 anni, le cifre potrebbero essere marziane.

L’anno prossimo, Marquez correrà per la corona numero otto. Come i Sentieri della Via buddista, o i punti della Torre dei Venti ateniese.

 

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