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Come nel “Cristo nella tempesta sul mare di Galilea” di Rembrandt, anche ad Assen la luce gioca un ruolo importante. La gara, come il dipinto, è spaccata in due da caldi raggi di sole che dividono -inesorabili- il buono dal cattivo. E mentre taluni, con la forza soprannaturale di chi domina gli elementi, riescono a placare le onde e ad ergersi sul buio, agli altri non rimane che calarsi nelle tenebre, colpiti dai flutti ghiacciati e madidi.

La commistione, la compresenza è la chiave di volta: è da lì che nasce la maestosità, così potente, così violenta nello scontro di due traiettorie opposte. Nell’ennesimo capolavoro di Marquez si annida uno dei punti più bassi della carriera di Jorge Lorenzo. Ed il trionfo del primo, altro non è se non la profondissima fossa del secondo.

Ha avuto paura, Jorge Lorenzo. Paura che questa Assen fosse come la Assen dell’anno scorso: un terribile calvario di dolore e sopportazione, fatto di ambulanze, elicotteri, ricoveri, maestosi ed inutili ritorni. Fu tutto inutile l’anno scorso, anche se il maiorchino fornì al paddock e al mondo prova di un coraggio soprannaturale, di una forza mentale e di spirito che parve a tutti quasi trascendentale. Sembrano altri tempi, oggi, nell’incubo numerato 99, pallida riproposizione del guerriero fiero e solido dell’anno scorso.

Molti, nel dopogara, hanno bollato quella nella cattedrale come gara “atipica”, funestata dalle bizze del meteo e da questo curioso carrozzone di regolamento, con 2 giri di ricognizione e moto cambiate come biancheria dopo una corsa. Eppure, al netto delle sventure, a vincere è sempre lui, quel Marquez che ora pare volare sulle ali di un entusiasmo e di una grazia inesplicabili.

Non v’è dubbio che sia baciato dagli déi, questo ragazzino di Cervera, che ora possiede una tranquillità e una consapevolezza fuori dal normale. Tale e tanta è la sua sicumera che, mentre nella bagarre olandese tutti saltano da una moto all’altra e ispezionano il circuito alla ricerca di pozzanghere e acquitrini, lui si ferma al primo giro di ricognizione in griglia, dicendo ai suoi: “La moto va bene così. Vi voglio qui con me tranquilli, non in giro per i box a cercare qualcosa di cui non abbiamo bisogno”. Amen.

Lorenzo, intanto, è lontano anni luce, mentalmente e come forma. Non ha fiducia, nè in sè stesso nè nella moto, quella M1 che solo in apparenza è più congeniale a Rossi che a lui. Una cosa è sicura: il talento non svanisce, e Jorge ne ha a bizzeffe. Anzi, la cifra tecnica del “Por Fuera” è là con quella dei grandi, ma non basta, come sa bene lo stesso Valentino Rossi. Un pilota è nel polso, certo, ma anche e sopratutto nel cuore e nella testa, perchè questo non è un mestiere come gli altri e ogni domenica, là fuori, ci vuole coraggio per buttarsi senza fiato in roulette.

Come mai Lorenzo abbia improvvisamente paura di volare non è dato sapersi. Le risposte sono tutte buone, e allo stesso tempo tutte sbagliate. Il destino gli aveva, chissà, servito un bell’assist questo sabato, mischiando le carte, scombinando i piani di tutti. In un carnevale come quello della pista olandese, l’alfiere Yamaha avrebbe potuto piazzare la zampata, contando sul suo talento e sulla sua esperienza. Invece, tutto il contrario, quella stessa esperienza stavolta ha dato un messaggio di segno opposto: vai piano, non rischiare di nuovo. Fare il pilota è questione di uno strano equilibrio, ma rischiare è necessario se si vuole vincere una gara a 300 all’ora sul bagnato contro un ragazzino che sembra calato nell’Olimpo.

Mancano 10 gare alla fine del Mondiale. Jorge può reagire, o farli diventare i cinque mesi più lunghi della sua vita.

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