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Poland Road, Danville, Illinois.

La contea è quella di Vermillion, 89 mila abitanti lasciati a svecchiare come pannocchie ad una densità ridicola di 36 abitanti al chilometro quadrato. Avete letto bene, trentasei. Il posto è uno di quelli che dovete vedere con i vostri occhi e segnare bene sulla cartina: qui gli Stati Uniti ti arrivano addosso con tutta la loro furia midwest, coloniale, pigra, triste. Questo è lo stereotipo dell’America vera, che non c’entra niente con New York e Miami, solo un altro quadro venuto male e lasciato a sbiadire sotto i fumi dei pesticidi e dei diserbanti. Strade lunghissime in mezzo a campi di granturco, le cassette della posta d’alluminio arrugginito piantate lungo ai fossi. Qui ci sono le altalene fatte con i copertoni e le bandiere americane piantate in giardino da quelli che il Vietnam l’hanno fatto per davvero ma in cambio non hanno avuto neanche una stretta di mano.

E’ qui, al 214 di Poland Road, che la sera del 4 Agosto una signora chiama la polizia dal telefono di casa.
“Pronto, Ufficio dello Sceriffo
“Correte, una macchina si è ribaltata davanti a casa mia. Ha colpito un palo della luce e ora sta prendendo fuoco”
“Arriviamo”

Agli occhi dello sceriffo e del suo vice, che qui girano ancora con la stella dorata appuntata sul taschino della camicia, la scena è tristemente familiare. A pochi metri dal rottame di una vecchia berlina accartocciata, sta seduto un uomo a gambe incrociate e braccia conserte. Ha gli occhi persi nel vuoto e un sorriso ebete disegnato sulle grandi guance color ebano. E’ visibilmente ubriaco, puzza di birra lontano un miglio e ha un nome fin troppo noto alle autorità locali. L’uomo si chiama Keon Clark.

Quindici anni prima, Vancouver, Canada, Draft NBA. Keon, un burrascoso ragazzone che guarda il mondo dai suoi 2,11 metri di altezza viene scelto con il numero 13 dagli Orlando Magic e pressochè istantaneamente girato ai Denver Nuggets. Il ragazzo ha dalla sua un fisico impressionante, due gambe da gazzella e mani da onesto orchestrale viennese: la mette per terra più che discretamente per uno della sua stazza, possiede un tiro abbondantemente sufficiente e ha buona intelligenza cestistica.

Sfortunatamente, anche la lista dei “contro” è molto lunga: Clark mette piede in NBA nello stesso anno di alcuni di quelli buoni per davvero -Bibby, Carter, Nowitzki, Pierce, J-Will, Lewis, Jamison, Hughes per dire i primi che mi vengono in mente- e proviene da un’università -UNLV- non proprio rinomata per tirare su dei chierichetti. Anche qui, senza fare nomi Greg Anthony, Stacey Augmon, Larry Johnson, Shawn Marion. Insomma, gente che ad allenamento ci andava con la pistola in borsa e di cui il minimo che si potesse dire è che avevano un brutto carattere.

Ecco, il carattere. Quello del nostro Keon Clark è un problema: il ragazzo come nelle migliori fiabe ha talento ma non si applica. Arriva tardi ad allenamento, socializza per niente, si ambienta poco, beve molto e si droga altrettanto. Leggenda vuole che ad una partita su due il nostro non fosse sobrio. E che quella in cui era sobrio fosse strafatto. “Weed and Beer” (erba e birra), ecco la ricetta dello sballo da quattro spicci -contrapposto allo “Champagne&Cocaine” dei ricconi pettinati e paparazzati. La storia di alcool e droga di Clark inizia al college, University of Nevada Las Vegas, quando il ragazzo si accorge di stappare una lattina di birra alla fine dell’allenamento mentre gli altri si attaccano alle borracce d’acqua. Da lì è un declino, amaro e irridente come solo le grandi storie di dipendenze sanno essere. A Denver, Keon ha nella borsa una fiasca di gin da bere all’intervallo delle partite. Per calmare il tremore. Lo confesserà nel Dicembre 2007 in tribunale, in una delle tante udienze per rimediare ad altrettanti disastri.

Gli anni di Denver e di Toronto, comunque, fanno pensare che nella NBA un posto per il Signor Clark ci possa davvero essere. In circa 5 anni il fatturato complessivo è di circa 3.000 punti e 2.000 rimbalzi, mica bruscolini, e diverse comparsate nell’Highlight Reel. Già, perchè se c’è qualcosa che Nostro Signore non ha mancato di dispensare a Keon  è un atletismo fuori dal comune: un palleggio, terzo tempo con la mano sinistra, testa sopra al ferro e finale da due punti più aggiuntivo con assoluta noncuranza del numero di difensori presenti all’appuntamento.

Il tempo passa e, dopo Toronto, KC finisce prima a Sacramento (dove gioca pochino) poi a Utah (dove gioca due partite) e infine a Phoenix (dove non giocherà neppure un match). Alla fine del 2004, quando i Suns lo sbattono ufficialmente fuori dal roster, Keon decide di fare ritorno a casa: si torna a casa, a Danville. Macchina, interstatale, sirena, paletta, prego accosti, apra il bagagliaio. Dentro c’è il carnevale dell’illegalità e si scopre che, oltre ad una palese sbronza, Keon sta portando a casa anche qualche pistola, un fucile, una dozzina di etti di marjuana e un paio di galloni di gin. Alla domanda della polizia stradale “Lei dove pensa di andare con tutta questa roba?” pare che la risposta di Clark sia stata “Agente, è per il viaggio”. Disastro.

Il giudice gli dà 2 anni e mezzo di prigione, che però Clark non sconta in quanto -misteriosamente- il suo legale non si presenta mai in tribunale e costringe il giudice (Mary Clary, corte di Vermillion County) a continuare a rimandare la sentenza. Esce e, invece di rigare dritto, entra al bar come ha sempre fatto nella sua vita. Quando esce dal bar, di solito succede il casino: in 8 anni colleziona una ventina abbondante di denunce, 122 giorni dietro le sbarre, un numero impressionante di convocazioni davanti al tribunale. I capi d’accusa sono sempre gli stessi, da anni: possesso (senza porto d’armi) e uso di armi da fuoco, guida in stato d’ebbrezza (DUI, in America), possesso ed uso di stupefacenti, infrazioni miste al codice della strada, qualche rissa.

Dal 2004, anno del suo addio all’NBA, fino a ieri, Clark disintegra sè stesso e una piccola fortuna stimata fra i 5 e i 7 Milioni di Dollari in cauzioni, gin, birra e droga da quattro soldi. Ieri, all’ultima udienza, in lacrime e vestito con la giubba arancione del carcere, Keon ha detto: “Ho buttato via tutto. Ho fatto un sacco di errori in passato, e ora tocca pagarne il prezzo”. 8 anni, a partire da ieri, ecco quanto spetta al 38enne Clark secondo il giudice. Stavolta non ci sono soldi per pagare la cauzione, nè amici a fare il tifo per lui. Si vocifera che, prima di tornare dietro le sbarre, abbia chiesto il permesso di potere bere qualcosa. Negato.

Neanche il basket, a volte, riesce a salvarti. Neanche con due gambe così.

Emanuele Venturoli
RTR Sports Marketing
Pictures from the web

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