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Di Luca Alberti

Nel weekend del 30-31 gennaio si sono svolte a Nashville, TN, le manifestazioni relative all’All-Star Game della NHL. E ovviamente ho perso il momento buono per parlarne, per una lunga serie di motivi. Volevo dapprima fare alcune considerazioni sull’esito delle votazioni e sul lotto dei partecipanti, e in seguito commentare la partita; pazienza, farò tutto insieme, cercando di riflettere i due stati d’animo completamente diversi tra il prima e il dopo.

Innanzitutto, parliamo un momento del cambio di formato. Dopo la schifezza dell’anno scorso (vedi anche post relativi su questo blog), la NHL è corsa giustamente ai ripari per cercare di rendere più interessante, sia ai giocatori sia agli spettatori, la partita della domenica. Dall’inizio del campionato, il supplementare che si gioca in coda alle partite di regular season terminate in parità si disputa in 3 contro 3 anziché in 4 contro 4 (come avveniva dalla stagione 1999-2000); tutto questo per cercare di ridurre il numero degli incontri che si risolvono ai rigori, visto che agli americani non è mai andato troppo a genio il concetto di pareggio ma tutt’a un tratto i rigori paiono sembrare un escamotage che sa molto di extrema ratio. Dati alla mano, la NHL è riuscita nel suo intento, incontrando anche i favori di una buona fetta di giocatori.

Cogliendo la palla al balzo, l’All-Star Game è stato cambiato in un torneo di 3-contro-3, con partite di semifinali e finale di due tempi da 10 minuti, in cui prende parte una squadra per ogni division (nota: le semifinali vedono affrontarsi le due division della stessa conference). La notizia ha lasciato un mischione di emozioni disparate: chi ha urlato al sacrilegio rivolendo il caro vecchio formato Est vs Ovest (pur riconoscendo che ormai la partita stava perdendo di mordente), quelli a cui invece non frega più di tanto, e gli entusiasti convinti che il cambio di regolamento avrebbe rivitalizzato l’evento.

Di conseguenza è stato cambiato anche il fine delle votazioni telematiche: non più l’elezione di sei partenti (dapprima per squadra, poi in generale), ma elezione dei capitani delle quattro squadre. Con le votazioni ripetibili più giorni fino a 10 volte al giorno, basta una campagna web massiccia ben lanciata per generare risultati balordi, inattendibili e indesiderati. Al popolo di Internet, luogo in cui la deficienza, l’imbecillità e la disinformazione si diffondono molto più in fretta delle loro controparti positive, dai una mano e si prendono anche il braccio (nonché l’intero tronco). Nel 2007 la prima campagna web massiccia per mandare alla partita un giocatore antitesi dell’All-Star fallì di poco: Rory Fitzpatrick, dei Canucks, finì terzo nelle votazioni tra i difensori dell’Ovest e mancò quindi di un soffio la nomina, ma negli anni a venire il popolo di Internet sarebbe riuscito a metterci lo zampino quasi sempre:

  • 2009: la partita si gioca a Montréal; tra i sei partenti dell’Est ci sono quattro giocatori dei Canadiens, tra cui Mike Komisarek, non certo un asso, il quale di lì a due anni si sarebbe poi ritrovato fuori dalla NHL.
  • 2012: la partita si gioca a Ottawa; tra i sei partenti (in generale) ci sono quattro giocatori dei Senators; tuttavia, stavolta si tratta quantomeno di giocatori meritevoli, anche un Milan Michálek che avrebbe chiuso la stagione con 35 reti, massimo in carriera e mai più lontanamente avvicinato. Un quinto Senator, Sergei Gonchar, finisce terzo tra i difensori e di poco fuori: una votazione di parte che sapeva anche molto di “premio alla carriera”, senza motivazioni di merito
  • 2015: lèttoni e fan dei Blackhawks implicitamente si coalizzano e fanno in modo di eleggere tra i sei partenti l’unico lèttone della NHL (Zemgus Girgensons) e cinque giocatori di Chicago (altri due sono finiti fuori di poco). Girgensons non è mai stato più che un onesto gregario e almeno tre dei suddetti Hawks stavano disputando una stagione discutibile.

Arriviamo al 2016. Siccome il formato della partita/torneo impedisce una votazione in massa per i giocatori di una stessa squadra, torna d’attualità il giocatore improbabile. Ma quest’anno sono due le storie che hanno tenuto banco nel weekend di Nashville: una, sì, quella del giocatore improbabile; l’altra, quella del veterano leggendario, quello la cui stagione in corso può sempre essere l’ultima, che vorrebbe lasciare spazio ai giovani ma viene eletto a furor di popolo.

 Il giocatore improbabile si chiama John Scott, un nome fin troppo comune da risultare quasi suonante come fasullo. Non so bene da dove sia saltata fuori l’idea di prendere proprio lui (se non ho capito male, da un podcast piuttosto seguito in Nordamerica i cui conduttori hanno buttato lì l’idea un po’ per scherzo); fatto sta che questo giocatore, prototipo dell’ enforcer> bruto con scarsissima manualità con la stecca, è saltato in testa alle votazioni quasi da subito, e ci è rimasto fino al termine, con la NHL e i tifosi che man mano se ne meravigliavano sempre più (meraviglia con connotazione positiva o negativa da persona a persona). Il classico pugile da ghiaccio. Non è mai stato un giocatore popolare (tipo un George Parros, per nominare un enforcer molto ben voluto dal pubblico), anzi, eppure si è ritrovato lì in cima quasi per scherzo. Statistiche stagionali: 11 partite, una rete; statistiche in carriera: cinque reti, 11 punti, 542 minuti di penalità in 285 partite sparpagliate su 8 stagioni NHL.

Il veterano leggendario si chiama Jaromír Jágr. Già il nome si porta dietro un’aura che metà basta. E qua mi fermo perché, da suo stramegafan, rischio di straparlare. La sua storia aveva come leit-motiv il non voler partecipare alla manifestazione, quindi ha chiesto ai fan di smettere di votarlo. Dapprima ha detto che giocare in 3 contro 3 tutto il tempo l’avrebbe “ucciso” (testualmente), alla sua età (44 a breve); poi ha detto che avrebbe avuto paura di fare a botte con Scott; alla fine, visto che i fan hanno continuato a fare orecchie da mercante e votarlo in massa, ha cominciato a scherzarci su, ma fino all’ultimo ha sempre cercato di farci credere che avrebbe bigiato. La Leggenda è il tipo di giocatore diametralmente opposto del Pugile: al momento in cui scrivo ha 739 reti in carriera (quarto nella classifica all-time, a due dal terzo), 1840 punti (quarto, a dieci dal terzo) (per la cronaca, sono appena 9 in meno di quanti ne hanno Sidney Crosby e Aleksandr Ovechkin) e un posto assicurato nella Hall of Fame quando smetterà. Quando smetterà, perché per ora non ne ha alcuna intenzione.

La votazione di Scott mi ha mandato in bestia, insieme alla regola un po’ stupida che ciascuna squadra doveva essere rappresentata da almeno un giocatore. Stupida perché, faccio un inciso, se una squadra è piena di segoni atomici, si merita di non mandare nessuno alla partita; e preferisco che sia così, piuttosto che vedere forzatamente all’All-Star Game il proverbiale “orbo in un paese di ciechi”. Tornando a bomba, mi ha mandato in bestia perché votare lui è equivalso a togliere un posto a un giocatore meritevole. E così  facendo si rischiava che gli Arizona Coyotes, per cui giocava Scott, non mandassero nessuno di meritevole alla partita. Ad esempio, Max Domi o Oliver Ekman-Larsson. Oltretutto avrebbe avuto pure la carica di capitano della Pacific Division, insomma, capiamoci! Va ben che l’All-Star Game lascia il tempo che trova (negli ultimi anni stava davvero andando in vacca), però un minimo di meritocrazia e sacralità, diamine…

Ma d’altronde anche lui si trovava in una posizione scomoda: partecipare e togliersi una soddisfazione che mai avrebbe pensato di avere, facendo incazzare buona parte del mondo dell’hockey, oppure rinunciare? Pian piano il pubblico cominciava a simpatizzare con la sua causa (io no), mentre la NHL capiva di essersi fregata con le proprie mani e ha cercato di correre ai ripari. Dapprima gli hanno chiesto di rinunciare, e poi i Coyotes l’hanno spedito a Montréal in uno scambio, con i Canadiens che, non sapendo che farsene in prima squadra, l’hanno declassato nella propria affiliata della AHL. Tutto questo, dicono, per renderlo ineleggibile per la partita a causa di un cavillo. Invece, a furor di popolo, la NHL a malincuore ha dovuto lasciarlo giocare. E così i Coyotes si sono trovati senza rappresentanti all’All-Star Game. D’altronde hanno tentato di chiudere il recinto dopo che i buoi sono scappati (evvai con altri proverbi), cosa di cui me ne sono reso conto anch’io: ormai non potevano fare altro.

Le gare del sabato sono state un discreto successo, per vari motivi; ma il mini torneo della domenica mi ha davvero sorpreso in positivo. Le partite sono state partite vere. Cioè, non aspettatevi un clima da gara 7 di playoff, ma insomma, l’impegno da parte dei giocatori è stato decisamente superiore a quello degli anni passati. Tanto più che in palio c’era un sonante milioncino di dollari (da dividere in 11 tra i vincenti), che certo male non fa. Soprattutto se sei il Pugile che guadagna poco più dello stipendio minimo NHL (che per la cronaca è circa 18 volte il mio).

Le semifinali sono state comunque giocate relativamente alla leggera: più combattuta quella dell’Est, più ricca di reti quella dell’Ovest. Dalla prima è uscita vincitrice la Atlantic Division, dalla seconda la Pacific, grazie anche, udite udite, alle due reti di John Scott: la prima con una deviazione culuta, ma la seconda con un bel contropiede in solitaria. E più Scott si divertiva, più i compartecipanti si divertivano; e più riuscivo a provare simpatia per lui, vedendolo giocare con l’entusiasmo di un bimbo al luna park. Per inciso, devo riconoscere grande classe anche a Patrick Kane, che normalmente mi starebbe sui cosiddetti a manetta, che ha ringraziato il pubblico di Nashville per l’ospitalità mentre veniva sepolto da bordate di fischi, e che durante la semifinale ha inscenato una finta scazzottata col Pugile facendo la parte, per dirla con terminologia del wrestling, da heel.

Come se fosse una storia scritta a tavolino, in finale è stato quindi Leggenda vs Pugile. E quando c’è qualcosa in palio di anche solo lievemente rilevante, il livello in campo si alza. 20 minuti di 3 contro 3 hanno generato un solo goal, peraltro solo nel secondo tempo: al gran livello dell’attacco ha fatto da contraltare un superbo livello di gioco da parte dei quattro portieri (Roberto Luongo e Ben Bishop per la Atlantic, Jonathan Quick e John Gibson per la Pacific), che si sono prodotti in alcune parate adrenaliniche che quasi manco in campionato si vedono. È stato Corey Perry, micidiale realizzatore (un po’ in sordina quest’anno, a dire il vero) degli Anaheim Ducks, a segnare l’unico goal della finale, per la vittoria della Pacific Division. Insomma, lo ribadisco, è stata una partita vera, con tanto di richiesta di moviola (che ha portato al giusto annullamento del 2-0, sempre di Perry, per carica sul portiere) e di gioco a porta vuota nell’ultimo minuto, con un uomo di movimento in più, per tentare il pareggio. Ha vinto quindi la squadra del Pugile, che al termine della partita è stato eletto a furor di popolo MVP della manifestazione e portato in trionfo dai compagni di squadra in una scena da applausi. Così come da incorniciare è stata anche la risposta di Jágr sui social media: “Se mai una volta nella vita mi fosse stato bene perdere, sarebbe stata questa volta”.

Chiudo riportando anche un inciso divertente: dopo la manifestazione Jágr ha spedito la sua maglia dell’All-Star Game originale autografata al figlio di Brent Burns, che durante le gare di abilità del sabato ha fatto parte di un simpatico siparietto insieme al padre. Magari è un caso, suggestione, o semplice coincidenza, ma il piccolo Burns di nome fa Jagger.

Credo che in definitiva possiamo quindi tirare un sospiro di sollievo per il salvataggio della manifestazione. D’altronde, avreste mai pensato di vedere uno shutout all’All-Star Game?

 

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