NHL: Draft Day Memories

 In Hockey, Marketing Sportivo

By Luca Alberti

nhl-logoCirca tre settimane fa si è tenuto il Draft NHL 2014, ideale “ponte” tra la vecchia e la nuova stagione. Perché in base all’ordine (inverso) di piazzamento nella passata stagione (a meno di cessioni o acquisizioni di diritti di scelta altrui) le squadre si rinforzano per la nuova stagione, scegliendo i migliori giocatori disponibili nel panorama giovanile, o estero. Logicamente, non tutto sempre va come previsto, nel bene e nel male. Le volte in cui un giocatore sembrava chissà quanto promettente e poi si è rivelato “solo” un buon gregario, un giocatore come tanti o un bidone assoluto non si contano. E non di rado è successo l’inverso, ossia che un giocatore scelto molto in basso si sia rivelato una superstar di primo livello.

Alla fine il draft è sempre un terno al lotto, una scommessa, così come il decidere se scegliere in base alla necessità o al talento. Ossia, se per colmare uno specifico vuoto nella propria squadra oppure per accaparrarsi quanto di meglio disponibile per poi cercare di monetizzare facendo affari con altre squadre. Ad esempio, se ti serve un portiere, scegli il miglior portiere disponibile, anche se non ti convince tanto, oppure scegli il miglior giocatore disponibile per poi cercare di acquisire un portiere sul mercato? Insomma, la situazione è sempre abbastanza complessa (a meno che la buona sorte non ti dia l’opportunità di scegliere un Mario Lemieux, un Guy Lafleur, un Sidney Crosby), ed è in questi frangenti (insieme alla bagarre del mercato dei free agent) in cui si vede l’abilità del proprio general manager. La quale salta fuori anche, ad esempio, quando una squadra di livello buono (se non ottimo) si ritrova a scegliere molto in alto, per via dell’acquisizione di diritti di scelta (in tempi non sospetti) da squadre che poi si sono inabissate in classifica.

La giornata del Draft, quindi, talvolta regala momenti interessanti e/o curiosi: eccone alcuni.

Il Draft del 1971, ad esempio, incarna la quintessenza dell’abilità di un GM di ottenere una scelta alta. L’anno precedente Sam Pollock, GM dei Montréal Canadiens, convinse Charlie Finley, vulcanico presidente dei California Golden Seals (su cui si potrebbero scrivere pagine e pagine, come per il già visto Harold Ballard), a includere la loro prima scelta del Draft 1971 in un pacchetto-scambio. I Seals erano una squadra da bassifondi di classifica; e visto che allora non sussisteva alcuna “draft lottery”, l’ultimo posto in classifica garantiva automaticamente la prima scelta (le squadre sceglievano in puro ordine inverso rispetto alla stagione precedente, senza aggiustamenti di sorta). Non si sa cosa convinse Finley ad accettare (forse il suo ego, forse alcuni calcoli poi rivelatisi sballati), fatto sta che i Canadiens d’improvviso si ritrovavano con una scelta altissima. Verso la fine della stagione 1970-71 Pollock mandò Ralph Backstrom, buon giocatore, ai Los Angeles Kings, in cambio di due persone. I Kings, ultimi, si risollevarono, mentre i Seals terminarono la stagione sul fondo. E fu così che i Montréal Canadiens arrivarono al Draft 1971 da campioni uscenti e con la prima scelta. Quella scelta divenne nientemeno che Guy Lafleur (di cui abbiamo già parlato in passato), futuro idolo incontrastato dei tifosi e leggenda dell’hockey NHL. L’alternativa a Lafleur era Marcel Dionne, anch’egli un québecois, e che alternativa: basti pensare che nelle classifiche di tutti i tempi Dionne è quarto per goal segnati (731) e quinto per punti (1771). Lafleur o Dionne, comunque, poco importava: Pollock aveva già vinto.

Nel 1974, invece, l’evento che tenne banco fu una grossa burla. Il Draft si tenne con il meccanismo della conference call, per tentare di prevenire la fuoriuscita di informazioni preziose sui prospects che potevano essere usate dalla rivale WHA a proprio vantaggio. Il meccanismo, troppo lento, fu criticato e mai più riproposto. All’undicesimo giro di scelte, il GM dei Buffalo Sabres Punch Imlach perse la pazienza e decide di fare uno scherzo alla Lega, chiamando un giocatore giapponese inesistente, inventato sul momento: il famoso Taro Tsujimoto. La Lega invalidò la scelta, ma il nome di Taro continua tuttavia a comparire negli yearbook dei Sabres, che a questo astro nascente (?) giapponese, in un certo modo, sono rimasti affezionati.

Nel 1980 la storia sembrava ripetersi. I Canadiens arrivavano al Draft da tetra-campioni in carica e con la prima scelta assoluta, acquisita dai Colorado Rockies nell’ambito di uno scambio avvenuto nel settembre del 1976. Sembrava il giusto mezzo per fornire il ricambio generazionale a una dinastia i cui membri principali stavano cominciando a invecchiare. Tra le papabili prime scelte assolute vi era Denis Savard, centro dall’enorme talento offensivo, che tutti i tifosi avrebbero voluto in squadra date le sue origini del Québec. Invece i Canadiens decisero di prendere Doug Wickenheiser, che comunque l’anno prima aveva guidato i Regina Pats alla vittoria del campionato della Western Hockey League conquistando anche il titolo di giocatore dell’anno della CHL (la federazione che gestisce le tre principali leghe giovanili canadesi). I media osteggiarono la scelta e i tifosi non la perdonarono. Wickenheiser fece fatica a inserirsi in NHL, mentre Savard, scelto per terzo dai Chicago Black Hawks, collezionava stagioni da All-star a non finire. A parziale consolazione, Savard avrebbe poi giocato effettivamente nei Canadiens: tre stagioni tra 1990 e 1993, conquistando anche la Coppa nell’ultima; Wickenheiser invece fu scambiato ai St.Louis Blues nel 1984 e concluse la carriera NHL (giocando poi nelle leghe minori) nel 1990. Di Wickenheiser è più nota la cugina Hayley, pluridecorata giocatrice e anche capitano della nazionale canadese. La storia ha un finale amaro: Wickenheiser morì nel 1999 di cancro ai polmoni, lascito di un sarcoma epitelioide rimosso dal polso anni prima.

Il Draft del 1983 avrebbe fornito alla NHL alcuni assoluti talenti e futuri Hall of Famer come Pat LaFontaine, Steve Yzerman, Tom Barrasso e Cam Neely. Ma i Minnesota North Stars, che avevano acquisito la prima scelta assoluta dai Pittsburgh Penguins l’estate precedente, non presero nessuno di questi, preferendo puntare (apparentemente) sul sicuro, scegliendo quello che gli scout NHL reputavano il “top prospect”: Brian Lawton. Lawton aveva portato la squadra del proprio liceo a due campionati nazionali consecutivi, e diventò così il primo americano (nonché finora l’unico giocatore di una high school americana) scelto per primo assoluto. Purtroppo per i North Stars, Lawton non fece la differenza che tutti si aspettavano, e le sue prestazioni, seppur decenti, non erano quanto ci si aspettasse da un first overall. Gli altri quattro prima menzionati diventarono invece leggende, soprattutto Yzerman, per cui addirittura la nazionale canadese ritirò il numero 19 a fine carriera (poi rimesso a disposizione su richiesta dello stesso Yzerman). A proposito di numeri, Lawton scelse di indossare il numero 98, fino ad allora mai portato da nessuno (e nessuno più lo ha mai portato), e la stampa cominciò a tirar fuori subito paragoni con il 99 di Gretzky. Dopo le prime due annate, visti i risultati personali ottenuti a fronte dei paragoni di cui sopra, Lawton decise di cambiare con il numero 8.
Entrando invece nei meandri dei what if, se i Penguins avessero tenuto la prima scelta avrebbero potuto avere Yzerman, e l’anno seguente anche Mario Lemieux (da loro scelto come primo assoluto nel 1984): una combinazione davvero atomica (Barrasso nei Penguins invece ci giocò davvero, e con loro vinse le due Coppe del 1991 e 1992). Yzerman fu scelto per quarto dai Detroit Red Wings; il GM che lo scelse, Jim Devellano, disse che se gli Stars avessero preso Yzerman per metterlo in linea con il possente Dino Ciccarelli, probabilmente non avrebbero imboccato la spirale negativa che li avrebbe portati a trasferirsi a Dallas di lì a 10 anni. Curiosamente, Yzerman e Ciccarelli si sarebbero ritrovati proprio a Detroit negli anni 90. Infine, Lou Nanne, GM di allora degli Stars, in un’intervista del 1985 confessò i suoi rimpianti per la scelta di Lawton, ammettendo che se avesse potuto tornare indietro avrebbe preso Barrasso.

Nel 1991 non vi erano dubbi su chi sarebbe stato la prima scelta assoluta: Eric Lindros era indubbiamente il più forte di tutti, a livello giovanile; il suo talento era tale da venire soprannominato The Next One, facendo il verso al soprannome di Gretzky (The Great One). Per il terzo anno consecutivo la prima scelta assoluta spettava ai Québec Nordiques, che pian piano stavano mettendo a posto i pezzi per trasformare una squadra derelitta in una squadra di buon livello. Dopo Mats Sundin (1989) e Owen Nolan (1990) sarebbe arrivato quindi Lindros, a formare una terna di giovani di assoluto livello, da accompagnare al futuro capitano Joe Šakic, che in quanto a talento non scherzava affatto. Il grosso problema è che Lindros aveva dichiarato più volte che non avrebbe mai giocato per i Nordiques, citando svariati motivi, tra cui il principale sembrava essere la francofonia assoluta della città/squadra. Insomma, Québec non gli piaceva proprio. I Nordiques, ciononostante, lo scelsero comunque, sperando di convincerlo a ripensarci o monetizzare scambiandolo. Il giorno del Draft Lindros si presentò al podio, prese la divisa dei Nordiques e si allontanò senza neanche indossarla, facendo ufficialmente il gran rifiuto. Lindros ovviamente non avrebbe mai giocato per i Nordiques, che cercarono quindi di trarre vantaggio da uno scambio, mentre lui ne approfittò per giocare le Olmpiadi di Albertville, che gli fruttarono un argento. Faticosamente furono messi in piedi scambi con i Rangers e i Flyers, con questi ultimi che bruciarono sul tempo i niuiorchesi. I Flyers si svenarono, cedendo Peter Forsberg (che ancora doveva debuttare in NHL), Ron Hextall, Chris Simon, Mike Ricci, Kerry Huffman, Steve Duchesne, la prima scelta del 1993 (che diventò Jocelyn Thibault, scambiato due anni dopo per Patrick Roy) e del 1994 (in seguito ceduta) oltre a 15 M$. In pratica con Lindros i Nordiques avevano indirettamente costruito l’ossatura dei Colorado Avalanche che avrebbero vinto il titolo nel 1996 rimanendo al top della NHL per diversi anni. Lindros si rivelò essere davvero un campionissimo, portando i Flyers in finale nel 1997 (persa con i Red Wings), ma purtroppo la sua carriera fu accorciata in maniera significativa dagli otto traumi cranici subiti.

Ancora francofoni protagonisti nel 1993. Tra i giovani emergenti di quell’anno, uno in particolare veniva considerato una futura superstar di altissimo livello: Alexandre Daigle. I Senators sceglievano per primi e non vedevano l’ora di mettere le mani su questo ragazzo; addirittura furono accusati di aver perso apposta le ultime partite dell’anno precedente per garantirsi la prima scelta, cosa che portò all’istituzione di una Draft Lottery nel 1995. Si dice (ma non è confermato) che i Nordiques volessero così tanto Daigle da arrivare a fare anche offerte consistenti, del calibro di Owen Nolan, Peter Forsberg o Ron Hextall, ma i Senators rifiutarono, e fecero di Daigle la loro nuova superstar. Daigle fu strapagato, cosa che portò all’istituzione di un tetto massimo per gli stipendi dei rookie (in un modo o nell’altro, quindi, questo Draft lasciò il segno). Il grosso problema di Daigle era il carattere: fondamentalmente era un montato, narcisista, vanitoso, farfallone, spaccone, arrogante e anche un po’ svogliato. Arrivò anche a dichiarare: “Sono contento di essere stato scelto per primo, perché nessuno si ricorda del numero 2”. Peccato che la carriera di Daigle, in quanto a prestazioni, dopo un primo anno decente, si affossò. Dopo quattro anni i Senators si stufarono e lo scambiarono, e per Daigle fu l’inizio dell’abisso: a 25 anni già non lo voleva più nessuno. Gli va dato credito per essere riuscito a rientrare in NHL dopo due anni sabbatici e disputare una decente stagione con i Wild (2003-04), ma non seppe darvi un seguito. Passò gli ultimi anni della carriera in Svizzera prima di ritirarsi nel 2010.
Per la cronaca, il numero 2 di quel Draft fu Chris Pronger, e al contrario di quanto sosteneva Daigle, tutti gli appassionati se lo ricordano bene (lunga carriera illustre da All-star, una Coppa nel 2007 con i Ducks, varie Olimpiadi disputate); ma ci ricordiamo bene anche del numero 4, Paul Kariya (formava una coppia d’attacco formidabile con Teemu Selänne ai Ducks; segnò più di 400 reti in NHL); il numero 23 fu Todd Bertuzzi, che in NHL gioca tuttora; ma anche il numero 227 ebbe una carriera più illustre di quella di Daigle: il compianto Pavol Demitra, deceduto nel 2011 nello schianto dell’aereo della Lokomotiv Jaroslavl.

Nel 1995, invece, ecco un altro caso Lindros, stavolta con minor clamore. Con il numero 1 gli Ottawa Senators chiamarono Bryan Berard, difensore americano, che si rifiutò di giocare per loro. Ai Senators non rimase che scambiarlo, e lo cedettero agli Islanders. La carriera di Berard sembrava ben avviata, visto che il giovane americano conquistò il Calder Trophy come rookie dell’anno nel 1997 e partecipò alle Olimpiadi di Nagano l’anno seguente. La sua carriera però rischiò di chiudersi bruscamente nel 2000, quando in una partita (ironicamente) contro i Senators una steccata involontaria di Marián Hossa quasi gli cavò un occhio. Berard riuscì a recuperare, grazie a sette interventi chirurgici, il minimo indispensabile di vista per poter giocare ancora in NHL, e proseguì a livelli decenti (vincendo anche una volta il Bill Masterton Trophy nel 2004) fino al suo ritiro nel 2009, dopo aver giocato l’ultima stagione nella neonata KHL in Russia.

Il Draft del 1999 invece viene ricordato per aver prodotto il più grande bidone della storia recente della NHL e uno dei migliori magheggi da parte di un GM. Tra i migliori giocatori disponibili (e ritenuti i migliori in assoluto tra i giocatori di scuola europea) vi erano i gemelli Sedin, i quali avevano espresso il desiderio di giocare insieme. Le possibilità che accadesse, almeno basandosi solo sull’esito del Draft, erano piuttosto scarse. I Vancouver Canucks sceglievano con il numero 3; il loro GM Brian Burke era molto interessato ai fratelli svedesi, e mise in moto un macchinoso giro di scambi per poterli avere entrambi. Innanzitutto acquisì la scelta numero 4 dagli Hawks in cambio di Bryan McCabe (un buon difensore) e una scelta al primo giro nel 2000 o 2001; riuscì quindi a farsi dare la prima scelta assoluta dai Tampa Bay Lightning facendo presente al loro GM Rick Dudley, intenzionato a prendersi Daniel Sedin, che Daniel non avrbbe mai firmato senza suo fratello in squadra, e gli diede in cambio le scelte numero 4, 75 e 88 (queste ultime erano al terzo giro). A questo punto Burke, in possesso di due scelte alte, aveva bisogno della certezza di poter prendere tutti e due i Sedin (e quindi che le due scelte fossero consecutive; prima lo erano, ma non sufficientemente alte), e per far ciò passò la scelta numero 1 ai neonati Atlanta Thrashers in cambio della loro numero 2, consentendo quindi ad Atlanta di attingere a piene mani dal lotto dei giocatori, a patto che non scegliessero uno dei Sedin. E fu così quindi che i Vancouver Canucks, con i numeri 2 e 3 scelsero Daniel e Henrik Sedin (in quest’ordine, puramente alfabetico), chiamandoli insieme. E tutti erano felici. Apparentemente lo erano anche i Thrashers, che potevano assicurarsi una top star come fondamento per la loro nuova squadra. Peccato che il giocatore scelto da Atlanta fu Patrik Štefan. Ossia, il giocatore che viene ricordato più che altro per un grottesco scivolone a porta vuota:.. I Sedin invece diventarono (pian piano, col tempo) una coppia d’attacco letale e spettacolare, vincendo anche un Art Ross Trophy a testa, in due anni consecutivi (2010 Henrik, 2011 Daniel).

Nel 2005 si tenne un Draft abbastanza anomalo, perlomeno nella sua genesi. Il perdurare del lockout iniziato nell’autunno del 2004 aveva fatto saltare l’intera stagione 2004-05, e quindi non c’era alcuna classifica finale su cui basarsi per stabilire l’ordine di scelta, che quindi fu costruito interamente per sorteggio. Il vincitore del sorteggio avrebbe avuto un grosso premio a disposizione: Sidney Crosby, indicato da tutti come la prossima super-superstar dell’hockey mondiale (e, a carte viste, a buon ragione). Il sorteggio era comunque in parte pilotato, per garantire maggiori probabilità di successo alle squadre più indigenti. Per ciascuna squadra vennero messe in un’urna da una a tre palline: una per le 16 squadre che si erano qualificate ai playoff nel 2004, tre per le squadre che non si erano qualificate in nessuna delle tre stagioni precedenti e non avevano mai avuto la prima scelta assoluta tra 2001 e 2004, due per le altre. Una volta stabilito l’ordine di scelta per il primo giro, tale ordine sarebbe poi stato invertito per il secondo giro, “raddrizzato” nuovamente per il terzo e così via. Il sorteggio, definito dalla stampa “Sidney Crosby sweepstakes”, fu vinto dai Pittsburgh Penguins, una delle squadre con tre palline (la prima scelta assoluta del 2003 era stata acquisita con uno scambio); i Penguins, dopo aver scelto Marc-André Fleury per primo nel 2003 e Evgenij Malkin per secondo nel 2004, poterono aggiungere quindi l’ultimo pezzo fondamentale per costruire la squadra che arrivò in finale nel 2008 e vinse la Coppa nel 2009. Ma a questo punto possiamo davvero entrare nei meandri dei what if più spinti.
Ad esempio, provate a pensare come sarebbe cambiato l’equilibrio della NHL se i Washington Capitals (pur con una pallina sola nell’urna) avessero vinto: avrebbero avuto insieme Crosby e Aleksandr Ovechkin (prima scelta assoluta del 2004), ossia i due grandi rivali dei nostri tempi e i due migliori talenti offensivi degli ultimi anni. Se avessero vinto i Ducks avrebbero aggiunto Crosby a una squadra che già aveva Corey Perry, Ryan Getzlaf, i fratelli Niedermayer, Chris Kunitz, Joffrey Lupul, Dustin Penner, con Jean-Sebastien Giguère in porta e un certo Teemu Selänne, che nella stagione 2005-06 avrebbe chiuso con ben 40 reti, a guidare l’attacco: non credo che i Ducks si sarebbero fermati alle finali di conference… Oppure sarebbe potuta andare “peggio”: Crosby sarebbe potuto finire a squadre come i Columbus Blue Jackets; non me ne vogliano i tifosi dei Jackets, se mai ce ne sono al di fuori dell’Ohio, ma in quel caso sarebbe stato davvero perle ai porci.

E con il Draft del 2005 e Sidney Crosby chiudiamo questo elenco di “Draft Day memories”. Nell’attesa di vedere dove finiranno i grandi nomi ancora tra i free agent, vi auguro un buon proseguimento di off-season…e di vacanze, per chi le sta facendo.

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