In Comunicazione, Marketing Sportivo

mendenhall-x-championRashard Mendenhall, campione della NFL, la Champion e un tweet controverso. Si dice molto al giorno d’oggi del fatto che gli sportivi facciano un utilizzo troppo continuo e a volte abbastanza scriteriato dei social network, vi parleremo del caso Rashard Mendenhall e Champion. Se in Europa le polemiche nate dal post sbagliato non sono più una novità da un pò dall’altra parte dell’Oceano sono all’ordine del giorno. Se provate a scrivere all’ex giocatore Nba Stephon Murbury su Twitter avete buone possibilità di essere letti e di ricevere una risposta dall’attivissimo playmaker neworkese o, per restare a queste latitudini, non pensate di poter criticare pesantemente Naingollan con un tweet o potreste ricevere una risposta per le rime.

Queste situazioni spesso si risolvono solo in scaramucce via web relativamente intressanti ma, in alcuni casi, possono arrivare a rovinare vite professionali o partnership tra atleti e aziende. A fare scuola in questo secondo caso fu, ormai cinque anni orsono, la querelle tra Rashard Mendenhall e l’azienda di apparell sportivo Champion.

Nel 2011 Rashard Mendenhall era una delle stelle in ascesa della NFL, il campionato di football americano che sposta molti soldi anche grazie agli sponsor che è capace di attrarre. Dopo una carriera stellare a livello universitario nel prestigioso ateneo di Illinois, il running back aveva vinto al primo colpo nel 2008 il campionato battendo nel Super Bowl gli Arizona Cardinals con i suoi Pittsburgh Steelers. Nel 2011 pareva prossimo a toccare l’apice della sua carriera, era ancora relativamente giovane e era tra le stellle di una delle squadre con più tradizione della lega. Gli Steelers, come il nome suggerisce, sono la squadra che meglio incarna la mentalità operaia di Pittsburgh, città famosa per le  sue acciaierie.  Pittsburgh rappresenta un mercato molto grande e allettante per gli sponsor. Gli Steelers, che non hanno la concorrenza di una squadra di basket o di calcio competitiva sul territorio, attirano su di loro gran parte degli investimenti.

Prevedendo l’esplosione di Mendenhall la Champion, azienda americana che doveva contrastare l’egemonia della connazionale Nike, gli estende il contratto fino al 2015 mettendo sul piatto tanti soldi. Poi il 2 maggio 2011 succede una cosa in un posto lontanissimo da Pittsburgh che però cambia la vita di Mendenhall: muore Osama Bin Laden.

Mentre tutti festeggiano l’avvenimento Mendnhall, contro corrente, scrive sul suo profilo Twitter ciò che pensa utilizzando  meno dei famosi 140 caratteri: “Che tipo di persona può celebrare la morte? E’ incredibile come la gente possa odiare una persona che non ha mai neanche sentito parlare. Abbiamo ascoltato solo una parte”. Se sei americano queste frasi in questa circostanza già non ti aiuteranno a farti amici ma Mendenhall non contento si da la zappa sui piedi con un secondo tweet il giorno dopo. Si chiede se veramente due torri possano essere abbattute da due aerei. A volte spesso una risposta può rovinare intere carriere, a Mendenhall basta una domanda, cancellata qualche ora dopo.

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L’ufficio stampa di Champion rilascia immediatamente un comunicato dove afferma che, pur  rispettando la libertà di opinione di tutti, ha deciso di stracciare il contratto con Mendenhall in maniera unilaterale in quanto i valori espressi pubblicamente dal ragazzo non siano gli stessi dell’azienda.

Mendenhall vedrà la sua immagine distrutta da allora. Come se non bastasse anche a causa di alcuni pesanti infortuni il suo rendimento sul campo peggiorerà notevolmente.  Nel 2014, dopo aver tentato di tornare con la maglia di quei Cardinals che aveva contribuito ad affossare nel Super Bowl del 2008, si ritira a soli 26 anni. Giustifica la scelta spiegando che quello che vuole fare davvero è riassumibile in due parole: “viaggiare e scrivere”. Oggi è tra gli autori di una sitcom di successo in America, in onda su HBO, ambientata nel mondo del football: Ballers. Ha provato anche a portare in tribunale l’azienda, sbandierando senza fortuna la violazione di una libertà di espressione che, evidentemente, ha anch’essa dei limiti.

 

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