November 15, 2017 Switch to English Version

Il giorno zero del calcio italiano. La necessità di ripensare un intero movimento

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È impossibile evitare di parlare, stamani, della mancata qualificazione della nostra Nazionale di Calcio ai prossimi Mondiali di Russia 2018. Sotto ogni prospettiva, l’assenza della compagine tricolore dalla più prestigiosa competizione sportiva del mondo è qualcosa di epocale e dirompente, ed impone una riflessione seria, immediata e consapevole.

Italia fuori dai Mondiali…

Si badi bene: quella di ieri sera (e del venerdì prima) è una sconfitta sportiva, sociale, generazionale ed economica a trecentosessanta gradi. Una sconfitta sportiva, prima ancora che calcistica. Chi, ancora una volta, cerca di nascondere la polvere dei fatti sotto al tappeto della retorica e del populismo, minimizzando le dimensioni del riverbero della nostra assenza dal massimo torneo sovracontinentale non fa un favore né a sé stesso né agli altri. Ed anzi, pecca di assenza di visione periferica.

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Per noi italiani il calcio è una cosa seria, importante. Più di un rito, più di un passatempo, il pallone è uno dei pilastri su cui si poggia la Penisola intera e la Nazionale uno degli ultimi momenti di unità ed orgoglio patriottico che ci rimane. Da sempre -e lo testimoniano la canzone, il cinema e la letteratura- i mondiali estivi sono stati per noi italiani un fondamentale momento di raccolta, di abbraccio e di forza, così come il Campionato di Serie A è tradizione, socialità e colonna portante di ogni domenica che si rispetti. Il calcio, quello della passione e non della politica, è educazione, inclusione e crescita. Insomma, non a caso viviamo in un Paese in cui il quotidiano più letto rimane la Gazzetta dello Sport.

Inoltre, e non è secondario ricordarlo, il calcio è per il nostro Paese (ma anche per l’Inghilterra, la Germania, la Spagna) uno straordinario ingranaggio della nostra economia. Il massimo campionato italiano, la Serie A ha avuto un incremento di ricavi del 7% nella stagione scorsa, raggiungendo un totale di 1,917 miliardi di euro [1], mentre il brand Juventus vale da solo 492 Milioni di dollari. Il Milan 286 [2]. Non stiamo parlando solo di pedate ad una sfera, ma di numeri da industria. Il Corriere della Sera, in un bell’articolo di Paolo Tomaselli, stima in circa 100 Milioni di Euro il danno economico causato dall’eliminazione dell’Italia da parte della modesta Svezia, tanto per dare un numero che dia misura tangibile della Caporetto di ieri sera [3].

Per anni la situazione del nostro Calcio ha avuto lo stesso ruolo del proverbiale elephant in the room, qualcosa che è impossibile non vedere ma che tutti scelgono consapevolmente di ignorare. Ora il pachiderma è cresciuto e si è imbizzarrito e -alla fine- ha sfasciato la stanza con tutto il mobilio. Non solo rimangono i cocci, ma più amaramente anche la consapevolezza che tutto questo fosse evitabile.

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Italia fuori dai mondiali

Siamo giunti alla partita di ieri sera spossati, stanchi, pesanti, impauriti, confusi: con il fardello emotivo di potere essere la generazione che, dodici anni dopo il trionfo mondiale a Berlino, ha definitivamente affondato la già pericolante carretta. Non è bastato l’assalto all’arma bianca con cui i nostri hanno affrontato, negli ultimi quarantacinque minuti la francamente imbarazzante formazione nordica: l’assedio azzurro è stato volenteroso, ma anche povero di idee. Neppure la fortuna ci ha arriso, questo è vero, ma come ben sa chi pratica un gioco come il calcio, poco può la Dea Bendata quando manca tutto il resto: in 180 minuti combinati non abbiamo messo a referto una sola segnatura contro una Svezia da mezza classifica in Lega Pro.

Oggi il processo del giorno dopo assume dimensioni titaniche proprio perchè la lista delle responsabilità è di straordinaria lunghezza. Siamo una squadra con una cifra tecnica assolutamente modesta, guidata da un allenatore che poco ha dato a tutta l’avventura, con dirigenti incerti ed un movimento tutto che è claudicante, antidiluviano e che tuttavia ancora gioca le sue carte con fare da furbetto che sa che la farà franca. Non è allucinazione collettiva, ma semplice annotazione.

A grandi linee alcuni ragionamenti si possono abbozzare. Non abbiamo giocatori forti poichè non abbiamo settori giovanili in cui investiamo: mentre le spagnole e le inglesi investono il 10% del loro fatturato nelle “cantere”, i nostri club riservano solo spiccioli per i calciatori del futuro. Allo stesso modo non abbiamo dirigenti seri poichè siamo abituati a gestire le nostre società come precari campeggi estivi: senza strutture di proprietà, senza bilanci ben redatti, senza consigli di amministrazione in ordine. E non abbiamo un movimento sano perchè -e la colpa qui è più che diffusa- ancora non abbiamo saputo tirare una linea seria fra lo sporto professionistico e un pallone gettato fra i ragazzini di un cortile.

Una cosa è certa: la discussione non può più essere rinviata e le scuse sono terminate. Oggi è un giorno zero per il calcio e per lo sport italiano, che deve trovare strumenti e uomini che rapidamente ricostruiscano dalle fondamenta il sistema intero. Si riparte da qui.

[1] http://marcobellinazzo.blog.ilsole24ore.com/2017/07/13/il-calcio-europeo-cresce-del-13-con-un-fatturato-totale-di-246-miliardi-ma-la-serie-a-arranca/

[2] https://www.wired.it/economia/business/2017/06/07/brand-finance-football-50-quanto-valgono-i-brand-delle-squadre-di-calcio/

[3] http://www.corriere.it/sport/17_novembre_14/sponsor-diritti-tv-buco-100-milioni-82bd8ae0-c90b-11e7-8a54-e86623f761be.shtml
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Emanuele Venturoli
Communication Manager per RTR Sports. Appassionato di motorsport, musica e tech.

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