In Calcio, Sports Writers

Di Marco Lorenzi

Parliamo di Crowdfunding in Europa. Il mondo del calcio apre le porte ai sogni di migliaia di tifosi, immaginandoli azionisti, dirigenti, presidenti e magari un giorno allenatori della propria squadra. Non è più pura utopia; al contrario si tratta di un sogno dai contorni sempre meno sfumati, rispondente all’abusato concetto di azionariato popolare. Altrimenti definito crowdfunding, epiteto di matrice anglosassone che meglio descrive, forse, il crescente interesse di folle di supporters (crowd) per la partecipazione al finanziamento del proprio club preferito (funding).

Di azionariato popolare, inteso esso stesso come una vera e propria diffusione della proprietà azionaria presso il pubblico dei tifosi, che diventano anche investitori e “dirigenti”, si è parlato per qualche tempo tra gli anni ’70 e ’80. Alcune società, del resto, nel delicato passaggio da società semplici a più strutturate S.p.a., adottarono all’epoca una struttura che comprendesse anche una serie di pacchetti azionari da destinare ai tifosi. L’Udinese ad esempio, oggi società modello nel calcio italiano (una delle poche, se non l’unica, con i conti non in rosso), nel 1976 ristrutturò la propria forma sociale destinando parte del pacchetto azionario proprio ai tifosi. Il progetto ebbe vita breve, a Udine così come in altre piazze italiane; vuoi per la necessità di dare lustro a un calcio italiano non più vincente al di fuori dei confini nazionali, vuoi per l’affiorare di una serie di presidenti-mito, capaci di costruire piccoli gioielli sportivi anche in città portatrici di un nome o di una tradizione non certo lucenti.

La storia odierna parla un’altra lingua. Quella della paura, del “filo del rasoio” habitat naturale di migliaia di tifosi di tutto il Paese da almeno un decennio ormai, quando puntualmente, nel periodo estivo, si assiste impotenti all’ ecatombe di società dalla storia magari centenaria o quasi, fatte sparire da imprenditori senza scrupoli (e senza più patrimonio alle spalle, soprattutto).

Il problema di una sostenibilità finanziaria sempre più fragile, è di stretta attualità e non soltanto tra i tifosi, o nelle stanze dei bottoni dei club. Sulla questione è intervenuto anche il Presidente UEFA Michel Platini. Uno che il calcio l’ha giocato, respirato, vissuto, ed oggi (con un atteggiamento manageriale più o meno discutibile) governa la massima entità calcistica sovranazionale a livello europeo. Non ha mai fatto mistero, l’ex bandiera di Juventus e Nazionale francese, di apprezzare le idee ed i progetti che gravitano attorno alla partecipazione dei fans in maniera diretta alla gestione del club.

Già nel 2010, in seguito alla proposta del governo inglese di destinare una fetta (fino al 25%) di quote dei club britannici ai tifosi associati, aveva affermato ai microfoni del Guardian: “Personalmente penso sia un grande progetto. Mi piace l’idea che i tifosi investano nel proprio club perché in un certo senso ne difendono l’identità”.

L’Europa è virtuoso serbatoio di esempi vincenti di crowdfunding, con la diffusione di modelli già consolidati tocca buona parte dei paesi calcisticamente più evoluti. C’è la Spagna, terreno fertile in questo senso. Basti pensare al club attualmente più celebre al mondo, F.C. Barcelona, retto da un sostrato di ben 163.000 soci, tutti titolari di una quota di proprietà, parte in causa principale nei processi decisionali del club. Mas que un club, si legge spesso in relazione ai blaugrana: qualcosa in più di una semplice squadra di calcio. Essere parte di F.C. Barcelona significa obbedire a motivi di natura non esclusivamente sportiva, ma soprattutto al carattere rappresentativo che, per molti appassionati, il club possiede su un piano sociale e politico. Non solo, in terra iberica, anche Real Madrid e Osasuna fanno parte dei club attualmente organizzati anche con un solido azionariato popolare. Differisce dai modelli citati l’Atlethic Club de Bilbao. La squadra basca è un caso unico nella storia del calcio mondiale perché da sempre formata esclusivamente da calciatori originari della regione spagnola che da decenni rivendica la propria indipendenza. Appartenere a una realtà di questo genere è qualcosa in più di una semplice adesione ad un progetto azionario dedicato ai tifosi: è appartenenza, orgoglio, militanza; concetti che trascendono, per forza di cose, il mero aspetto calcistico.

In Germania le regole sono nero su bianco. Merito della “Regel 50+1”, emanazione diretta del governo secondo la quale almeno il 51% della proprietà deve essere nelle mani di un’associazione sportiva di cui fanno parte i tifosi e il cui voto è determinante per la nomina degli organi sociali. Tra gli esempi più concreti vi è il St. Pauli F.C., società nata nel cuore di un quartiere popolare di Amburgo, dove non esiste la figura di un presidente mecenate che spende i suoi soldi per la squadra. Al contrario, secondo il modello descritto, se la dirigenza non si comporta in modo gradito ai proprietari (gli stessi tifosi azionisti), può essere sfiduciata. Il gruppo vive in un contesto di piena democrazia, in cui vige un dialogo aperto e continuo tra membri, dirigenti ed azionisti della squadra.

La Gran Bretagna merita un discorso a parte, perché oltre Manica l’idea di strutturare i club quali società cooperative è più vecchia di quanto si possa immaginare. Risale almeno agli anni ’80, momento storico che per il calcio d’oltre Manica corrisponde più o meno allo stato comatoso che sta affrontando anche la nostra penisola.

È lo sconosciuto nome di Northampton Town a segnare la genesi di progetti di questo tipo. Una crisi economica dei vertici societari portò i tifosi a creare la prima cooperativa di supporters nei primi anni ‘90, tramite la quale rilevarono una quota nel loro club. Ad oggi, due rappresentanti di questa cooperativa siedono in pianta stabile attorno al tavolo degli azionisti.

L’iniziativa ebbe un’eco importante, in grado di generare una spirale di iniziative simili che nel 1999 vennero in qualche maniera regolamentate con la nascita di un’organizzazione chiamata Supporters Direct, avente con lo scopo di aiutare altri gruppi di tifosi ad organizzare cooperative simili e raggiungere lo stesso scopo: che i tifosi avessero, in tutto o in parte, la proprietà del loro club. Da qui, il passo è breve, Swansea City, Exeter City, AFC Wimbledon, F.C. United Of Manchester ma anche Arsenal F.C. in Premier League, dove una cooperativa di tifosi detiene il 3% delle azioni del glorioso club londinese, stagliandosi tra i principali partner del club.

Che succede in Italia?

Come al solito, nell’attesa oramai estenuante di un provvedimento legislativo che regolamenti gli stadi, non si muove una foglia. O quasi, perché nell’ultimo quinquennio sono proliferate anche nel nostro paese svariate realtà associative rispondenti alle linee guida principali nell’ambito dell’azionariato popolare. Si pensi a Verona Col Cuore, Vicenza Nobile Provinciale, Venezia United, e ancora i progetti My Roma, Lucca United oppure gli azionariati nati a Modena o Torino, solo a volerne citare alcuni.

Il sostrato sul quale poggiano le idee fondanti dei progetti in questione sono un importante base di partenza verso uno sviluppo futuro che potrebbe portare il calcio italiano a crescere sotto la sempre più concreta spinta dei tifosi locali. Non più confinati sugli spalti di uno stadio, ma anche e soprattutto in veste di stakeholder, finalmente con una certa rilevanza nell’orbita della propria società di appartenenza.

Nel 2016 la situazione del Crowdfunding in Italia non è cambiata moltissimo, però sono nate le prime startup di Crowdfunding come Eppela, ed hanno iniziato a fare una raccolta fondi per il Parma Calcio.  Vi aggiorneremo sui dati e sull’avanzamento della raccolta. Se avete opinioni in merito, notizie o commenti aggiornateci sotto.

By Marco Lorenzi
Nella foto: tifosi dell' AFC Wimbledon, "mes que un club" scritto sugli spalti del Camp Nou, Barcellona, la curva dell' Amburgo 
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