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sebastina-vettel-f1-bakuIn una delle più straordinarie -e ignorate- città dell’Est si è corso ieri uno dei più visivamente stupefacenti -e sportivamente ignorabili- Gran Premi della Stagione di Formula 1 2016. Baku, locus amoenus cui sino a ieri si guardava come al villaggetto di pescatori fuori San Vito Lo Capo ma che è in realtà grande il doppio di Torino, è luogo bellissimo, in bilico fra la rigida grandeur sovietica, il fascino delle vecchie mura e i colori violacei delle rive del Mar Caspio. Con lo stesso spirito con cui in RyanAir hanno battezzato Bergamo Orio al Serio come Aeroporto di Milano, il circus della F1 ha voluto che fosse proprio Baku ad ospitare il Gran Premio d’Europa. E, visivamente parlando, forse mai scelta fu più azzeccata.

Lo spettacolo in pista e fuori

A livello di spettacolo per gli occhi si sono viste poche gare come quelle di ieri. Per chi guarda alla F1 come ad una forma d’arte, il circuito azerbaigiano (sì, l’ho scritto così, poi si aprono le scommesse sul lettering corretto) è un dolce connubio di antico e moderno, con le monoposto che passano a 370 all’ora sull’infinito rettilineo del lungomare e poi scivolano dolci nelle strette viuzze attorno al Castello. Ce n’è per tutti i gusti e, sebbene si guardi sempre al nuovo con un misto di scherno e diffidenza, questo pare davvero uno dei migliori tracciati del nuovo corso della F1.

Chiusa la necessaria parentesi estetico-impressionista, la gara non è stata una di quelle che ricorderemo per l’azione in pista o per le spericolate gesta dei contendenti. Anzi, a voler dire il vero, chi redige queste righe aveva scommesso prima della partenza su almeno una quindicina di Safety Car, per poi vedersi zittito da una gara liscia come l’olio e senza particolari inconvenienti per nessuno dei ragazzi col volante.

Easy Rosberg

Alla fine -e pure giustamente- la vince Rosberg col braccio fuori dal finestrino, in testa sostanzialmente dal giovedì, autore di una gara talmente chirurgica e perfetta da lasciar poco da dire sulla questione. Il tedesco delle Frecce d’Argento fa segnare vittoria, pole, giro veloce, Gran Chelem, record a birra e salsiccia, doppietta a Subbuteo e foto più bella del weekend (quella in aereo). Avessero giocato a briscola con quinto d’angolo durante il weekend avrebbe vinto anche a quella. Mentre Hamilton litiga con il volante e non vuole capacitarsi delle regole che impediscono agli ingegneri di dare informazioni su quello che si deve fare sul settaggio live della vettura, il Biondo conquista una gara importante per morale e classifica, mostrando di non avere ancora perso il piglio competitivo con cui si era affacciato all’inizio della stagione.

Dietro, ottimo secondo di Vettel, che dice no al cambio gomme al giro 12 studiato per marcare Ricciardo e fa oculatamente di testa sua, portando la prima delle rosse al secondo buon argento consecutivo. Come sempre, il bicchiere Ferrari è più mezzo pieno che mezzo vuoto (con buona pace dei detrattori): la vettura è buona seppure non ancora ai livelli dei competitor teutonici e il nostro Sebastiano è buono come il pane appena sfornato. Certamente, il tanto agognato acciuffo sulle Mercedes non è ancora avvenuto -non lo dico io, ma la classifica- ma Maranello è sulla buona strada. Semplicemente, la suddetta strada è probabilmente più lunga del previsto. Ma il percorso è segnato e di buona traiettoria.

E gli altri?

La nota più dolente del weekend Rosso è la gara incolore di Raikkonen, che cavallerescamente lascia strada a Vettel, ma poi non riesce nell’impresa di tenere dietro un Perez eccellente. Il finnico aveva comunque rimediato 5 secondi di penalità che avrebbero fatto probabilmente discutere, se non fosse che il messicano della Force India si guadagna il terzo posto in pista e non col cronometro in mano. Pur negli abbondanti guai finanziari, la Force India mostra di avere macchina e attributi da vendere e, almeno personalmente, non dispiace vedere il secondo centro di un pilota troppo spesso accantonato con eccessiva fretta.

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