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Mario-andretti-F1Diceva Mario Andretti, uno che di corse e di Formula 1 se ne intendeva, che se tutto sembra sotto controllo, probabilmente non stai andando abbastanza veloce.

Ora ritornando sullìagomento Formula 1, cosa esattamente non sia andato abbastanza veloce quest’anno, fra gli inesistenti competitor di Mercedes, un regolamento troppo severo e un circus eccessivamente pachidermico, è cosa da indagarsi. Certo è che tutto è stato molto, forse troppo sotto controllo.

Ad onor del vero, dacché è inutile nascondersi dietro al dito, questa stagione di Formula 1 appena trascorsa è stata -con le debite ma sporadiche eccezioni- una lunga, lunghissima trafila di gare dal finale già scritto e dallo svolgimento poco entusiasmante. Come sono soliti commentare gli amanti delle serie TV, a questo Campionato è mancato uno svolgimento orizzontale affascinante e coinvolgente, sono mancati i turning point e le attese pregne di grande apprensione. Ha vinto chi doveva vincere ed agli altri, in buona sostanza, sono state lesinate pure le briciole.

Fatto salvo per qualche sporadico episodio, più gustoso in effetti per i tifosi della Rossa che per l’audience mondiale, questa Stagione di Formula 1 2015 è mancata di pathos, con Eroi davvero poco nobili e con cattivi non proprio cattivi. Chi ha seguito, insieme alle quattro ruote, anche il Campionato MotoGP sa bene di che parlo: nel bene o nel male la lotta fra Marquez, Lorenzo e Rossi ha offerto un contenuto emozionale impossibile da trovare in quella lunga parata Mercedes terminata ad Abu Dhabi ieri l’altro che è stata la massima serie dell’automobilismo.

Onore, certo, alla Stella di Stoccarda, capace di mettere insieme un meccanismo complessivo impeccabile, ma una nota di demerito al resto, quella grande Fiera dell’Auto itinerante cui è mancato il contenuto sportivo, agonistico, di passione. E che appunto è stata sempre tanto, troppo, sotto controllo.

Gli appassionati, i grandi appassionati, avranno certamente, nel mortorio incessante del costante uno-due delle Frecce d’Argento su e giù per il mondo, trovato qualche tema di interesse, sia pur squisitamente tecnico, o guidato dall’eterna passione per questo sport. Essi comunque parleranno di profili d’ala, di resa della mescola, di eleganza nell’ingegneria delle sospensioni. Ma non è di costoro che deve preoccuparsi il Circus: questo zoccolo duro, questo gruppo di fedelissimi dell’automobilismo non verrà mai meno, neppure se si dovesse correre al volante di un asino con le ruote. 

Il rischio, piuttosto, è quello di smarrire per la strada i curiosi, i tiepidi amanti dello sport a motore e i normali spettatori in generale. La Casalinga di Voghera, insomma, per usare un parallelo caro a chi ha studiato la Semiotica, che, nella temporada appena trascorsa, ha il più delle volte usato il Gran Premio come dolce ausilio alla pennica postprandiale della domenica. Ed, onestamente, non mi viene in mente nulla di meno onorevole. 

L’eccessivo controllo, per tornare alla citazione d’apertura, è stato il problema quest’anno. Poiché la verità, a voler esser schietti, è che nessuno ama una competizione in cui il primo non compete mai con nessuno, in cui le gomme fanno il bello e il cattivo tempo, in cui i piloti non possono scegliere nulla se non dopo il placet del muretto e in cui 20 automobili scintillanti scorrazzano in trenino lungo circuiti patinati da copertine di una rivista di viaggi. Certamente, è un’esagerazione e una provocazione, al tempo stesso, e lo è consapevolmente, ma la questione è se si sia arrivati al punto in cui la massima Formula deve scegliere se essere un vero sport o sono un mezzo di entertainment. 

Se il caso fosse il primo, come è bene augurarsi, allora è necessario che si rivedano con cura i meccanismi che sottendono lo sport stesso. Ogni disciplina diviene interessante per il pubblico e per il marketing quando è compiuta ad un livello d’eccellenza e quando contiene un alto contenuto di competitività. Proprio quest’ultimo manca oggi alla Formula 1, ma esso è una ovvia conseguenza della struttura sopratutto economica del Circus stesso, un giocattolo in cui solo il costo dei motori oscilla fra gli 8 e i 12 Milioni di Euro. In questo contesto, portato ad un esasperato eccesso, è naïf ritenere che sulla stessa griglia trovino posto Mercedes AMG e Lotus, aziende che hanno divari allucinanti di budget, di uomini e di tecnologie da mettere in campo e che, necessariamente, si traducono nei valori in pista. E poi, per l’amor di Dio, Grosjean è un buon pilota.

Negli sport americani il Salary Cap e l’inverted Draft sono strumenti appositamente congegnati per mantenere alto il livello di agonismo all’interno di contesti in cui la competitività significa ROI e quindi danaro da investire nelle leghe stesse. Ritengo difficile ipotizzare una strada diversa per risollevare le sorti sportive della Formula 1, se non quella di un livellamento globale dei costi, e di una parificazione delle forze da mettere in campo. È vero: Ferrari e Mercedes non amano questo discorso, ma è anche vero che dovranno scendere a compromessi se vorranno mantenere la Formula Uno al livello in cui essa è.

Arrivederci, allora, Formula 1, ciao.
Ti aspettiamo il prossimo anno, più carica, più competitiva, più bella.
Anche un po’ più sporca, perché no, un po’ meno pettinata, ma forse più cattiva, più passionale.
Con meno controllo, ma più veloce.

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