Spuntature: Hooligans da trasferta. E io pago.

 In Calcio

hooligans feyenoordPoche righe del mattino, giusto per buttare giù un venerdì nero e amaro come il caffè. Un venerdì che sa di sporco e di violentato come il Centro grondante vetro della Città più bella del mondo, come i muri di Roma che sanno di piscio e come la Barcaccia del Bernini, piena di birra e monnezza. Il Caput Mundi, la città eterna, messa a ferro e fuoco da mille tifosi del Feyenoord ubriachi, inferociti e sprovvisti di biglietto. Buona parte di essi, narrano le cronache, una roba tipo Diaro dal fronte, sfoggiavano toppe e adesivi con la lupa capitolina mutilata. Per la serie: scambiatevi un segno di pace.

Ovviamente ci troviamo di fronte ad una mandria di incivili, rozzi e prossimi all’uomo di Cro-Magnon a livello di evoluzione cerebrale. Questo non è in discussione, ma non è neppure affar nostro: una volta tornati a Rotterdam starà a loro decidere autonomamente se adottare la scrittura cuneiforme o dedicarsi dapprima al perfezionamento della ruota.

Quello che è inconcepibile è come mai noi continuiamo a lasciare che il football sia lo sfogatoio istituzionalmente accettato di qualunque disagiato, violento o facinoroso passi per la via. Perchè, chiedo domando e dico, con tutti i problemi di questo benedetto Paese, dobbiamo pure sobbarcarci le scorribande post sbornia di mille neo garibaldini targati Feyenoord? Perchè dobbiamo aggiungere alla nostra miseria anche quella altrui? Sta divenendo un classico, insieme alla pizza e al mandolino: chi rompe non paga e i cocci sono nostri.

Non ci siamo. Se non sappiamo gestire il calcio, bisogna che il calcio scompaia. Basta con Genny ‘a Carogna, basta con Ciro Esposito, basta con gli hooligans che sono hooligans solo a casa nostra e poi in patria bevono minerale liscia e applaudono compostamente le mani. Smettiamo di fare entrare nelle nostre città mille e dico mille persone che solo poche settimane fa hanno polverizzato Istanbul -contro il Besiktas- e Rijeka. Smettiamo di lasciare che il calcio sia interpretato come l’occasione per ogni cretino per fare quello che gli pare.

Ci voleva poco a capire che l’allegra vennootschap non stava venendo qui a visitare i musei Vaticani ma a spaccar bottiglie e tirare pietre: non è lavoro da Sherlock Holmes, dal momento che sono in mille, sono arrivati il giorno di Roma-Feyenoord e non hanno il biglietto. Senza andare a scomodare populismi assortiti e demagogie variegate, è sufficiente ricordare che nei paesi d’origine le tifoserie violente, a partire dal Millwall a finire al Galatasaray sono state sedate e controllate al punto che -toh- il fenomeno degli hooligan è pressochè scomparso. Il più delle volte con il manganello, a dirla tutta. In Olanda, ad esempio, dopo la sanguinosa Slag bij Beverwijk del 1997 fra tifosi di Ajax e -toh numero 2- Feyenoord sono state prese robuste contromisure dal Governo e dalla Eerste Divisie, mentre nel 2009 sono stati gli stessi Club a proibire ai propri fans l’ingresso allo stadio. 

Nell’aftermath del nuovo sacco di Roma, come da previsione, si sono levate in coro tutte le voci istituzionali, che hanno già parlato di “Ultima volta” e di “mai più”. Nel frattempo, all’ombra delle dichiarazioni standard, i soliti ignoti si sono ritrovati con una città e una piazza da pulire e ricostruire. Già, perchè poi a pagare, sia in termini economici che di dignità, siamo noi, sempre noi. Occorrono misure forti, coraggiose, ferree. Non sull’episodio specifico, ma sul sistema. Il calcio è uno sport, una festa: non può essere una preoccupazione o una sfida per le forze dell’ordine. Tocca risolvere, una volta e per tutte, o dovremo ritenerci colpevoli tanto noi come coloro che questo scempio l’hanno compiuto.

O così, o chiudiamo.

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Mina