Spuntature: Qatar 2016, stessa spiaggia, stesso mare

 In MotoGP, Motomondiale, Motorshow

Jorge-lorenzo-qatarPer i teorici della rivoluzione, quello di ieri sera deve essere stato un Gran Premio assai deludente. Il copione andato in scena in Qatar non ha tenuto testa, in termini di mutamenti e darwinismi motociclistici, alla gran copia di introduzioni e modifiche apportate dall’ultima appestata competizione Valenciana dello scorso anno. Chi era partito lancia in resta dicendo che tutto sarebbe cambiato, si è accorto dopo un giro e mezzo che in realtà potrebbe essere cambiato pochino, se non addirittura niente: la Yamaha è la moto più equilibrata, la Ducati ha un motore di un altro pianeta, la Honda continua ad avere problemi di erogazione e i piloti più forti (forse con l’unica eccezione di Vinales) sono gli stessi di uno, due e tre anni fa.

Anzi, con buona pace dei catastrofisti della silly season, le nuove introduzioni ancora una volta si sono dimostrate sufficientemente mature per essere gettate nella mischia, generando risultati francamente insperabili, quando si guardavano alle opzioni di inizio anno. Gomma francese e centralina felsinea hanno permesso al maiorchino di chiudere il GP notturno d’apertura in 42’28.452, 7 secondi più veloce del tempo dell’anno scorso e 12 secondi più veloce del 2014. Non solo: lo stesso Lorenzo ha abbattuto il record del circuito in gara, scendendo sotto il minuto e 55, dando dimostrazione del fatto che non solo il passo gara, ma anche il giro secco sono tutt’altro che da biasimare. Insomma, tu chiamale se vuoi evoluzioni.

Prova ulteriore della proprietà transitiva dello sport a due ruote, che postula che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, Jorge Lorenzo va dunque a conquistare la perla del deserto con più facilità di quanto il 99 Yamaha non ami far credere. C’è poco o nulla da dire sulla gara del Campione del Mondo in carica: come sempre lo spagnolo offre una prestazione maiuscola in termini di costanza, precisione, scorrevolezza ed eleganza di guida. La sua Yamaha scorre docile fra le curve del deserto e per quelli dietro non c’è nulla da fare. Già, perchè lo si ami o lo si odi, quando il Por Fuera è in forma e concentrato, in termini di motociclismo ci sono pochissimi rivali e anche quest’anno, a meno di eventuali e sorprendenti disconferme, sarà ancora lui l’uomo da battere. Certo, dopo ci sono le dichiarazioni un po’ così, i festeggiamenti un po’ arroganti, quell’atteggiamento sempre un po’ sopra le righe, ma questi son temi da giornaletti di gossip, di cui ognuno può fare ciò che vuole.

Dietro il 99, più o meno i soliti noti, con i soliti alti e i soliti spigoli da smussare.

Le Ducati vanno forte, specie di motore, ed è evidente che il progetto che Gigi Dall’Igna sta mettendo insieme da un paio d’anni a questa parte a Borgo Panigale è di assoluta eccellenza. Dovizioso riesce a tenere dietro Marquez anche quando il cabroncito si fa più arrogante, confezionando una gara di cuore, tenacia e tanta sostanza che al pilota di Forlimpopoli serviva come il pane sulla tavola. La rossa numerata 04 prende un bellissimo secondo posto, e rimarrà ai “se” e ai “ma” cosa sarebbe successo se Iannone non fosse scivolato via dalla competizione dopo solo poche tornate e fosse stato lì a scornarsi con i primi fino alla fine.

Marquez e le Honda stanno vivendo un inizio stagione dalle due facce, da cui tuttavia il ragazzo di Cervera sta cercando di tirare fuori il meglio possibile. La RC213V continua ad avere un’erogazione di potenza tuttora rivedibile, forse troppo appuntita e scorbutica per il telaio giapponese. Sul dritto la moto di HRC fila che è un piacere, ma poi è necessario pregare tutti i Santi del Paradiso quando occorre farla girare attorno alla curva e aprire nuovamente il gas. Che in casa Honda la differenza la stia facendo il pilota non ci sono dubbi: Marquez finisce a podio mentre Pedrosa mette in saccoccia un quinto posto palliduccio con 14 secondi abbondanti di differenza da Lorenzo. Tuttavia, almeno per come erano cominciati i testi, pare che Suppo e compagnia vedano la luce in fondo al tunnel molto più vicina di quel che poteva sembrare.

Il discorso su Rossi, invece, è complicato e abbisognerebbe di più spazio di quanto ce ne si possa permettere in questo lunedì mattina. La gara del Dottore, che ha firmato per altri due anni con Yamaha fino al 2018, facendo tirare un sospiro di sollievo alla Dorna e ai tifosi di tutto il mondo, è solida e generosa e si conclude a soli due secondi dal vincitore. Nella gara di ieri sera, a Rossi è mancato il proverbiale centesimo per fare l’euro e finire su un podio che non sarebbe stato affatto immeritato. Semplicemente, sotto le luci di Losail, la Yamaha 46 non ne aveva come Ducati e Honda sui dritti e a Rossi è mancata un po’ di fluidità e di precisione per infilare Marquez e Dovizioso nelle parti più guidate. Come direbbe Guido Meda, Rossi c’è, anche se la concorrenza sembra agguerrita.

Menzione d’onore, infine per Vinales, che segna un bel sesto posto con una Suzuki tutt’altro che da buttare. Il progetto guidato da Davide Brivio funziona e il ventenne col nome di un pilota di caccia pare finalmente maturo e con il grugno giusto per andarsela a giocare con gli altri (e lo dimostra la prima fila in partenza). Vedremo se saranno lucciole o lanterne.

 Insomma, siamo ripartiti, e la sabbia del Qatar ha finalmente squarciato il velo di Maya sulle tanto vituperate nuove introduzioni (tutte positive) e sulla competitività del Campionato. Se questo è solo l’inizio, il 2016 promette discretamente.

Anche per quest’anno, non cambiare, stessa spiaggia. Anche senza il mare.

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