In Formula 1, Marketing

Diceva Jacques Delors, politico ed economista francese, nonché ministro e Presidente della Commissione Europea, che “una cosa bisogna ammetterla: dove arrivano i Tedeschi, mettono in ordine le loro cose. Anche se non sono sempre le cose loro, ma quelle degli altri”.

nurburgring f1

All’indomani della scomparsa del Gran Premio di Germania dal calendario F1 2015, il concetto di “cose loro” e “cose degli altri” è assai sfumato. In buona sostanza, e nel fatto di specie, quanto la colpa di questa sparizione sia dei tedeschi, quanto della FIA, quanto della FOM, quanto del sistema o dell’industria dell’automobile non è ben chiaro. Come sempre però, mentre si cerca di trovare un nuovo proprietario dei cocci, l’unica cosa certa è che il vaso è già stato rotto.

Non avere un Gran Premio della massima serie dell’automobilismo nella terra di Mercedes, Audi e Porsche, nella terra natìa degli Schumacher e dei Vettel è come dire che da oggi in avanti il Maracanà lo usiamo per i mondiali di freccette e basta, e chi vuole giocare a pallone si trovi un cortile o un parcheggio.

Chi scrive non è necessariamente nazionalpopolare, ma è comunque convinto che le tradizioni siano tali per ragioni di cultura, di provenienza, di valori e di storia. L’automobilismo è faccenda britannica, italica e teutonica e da qui non si scappa: la Formula 1 viene di conseguenza. Non si prende una margherita, la si pianta in collina e poi si pretende che tutti la chiamino “stella alpina”.

Certamente, lo sport -specialmente quando è piattaforma di comunicazione– deve seguire i mercati più floridi, garantirsi un’esistenza e  andare laddove ci sono i soldi e gli interessi che ne sappiano giustificare gli investimenti e coccolare gli investitori. Ma v’è differenza fra seguire e inseguire e -sopratutto- bisogna far in modo che le transizioni siano dolci, liquide, tollerabili. Non me ne si voglia, per carità, ma Sochi, Yas Marina, Sepang, Singapore, Sakhir non valgono quanto il Nurburgring, quanto Monza, quanto Spa o quanto Silverstone. Come si dice dalle mie parti, ne devono ancora mangiare delle tagliatelle.

L’impressione è che il cambiamento forzato che si è voluto imprimere a questa Formula 1 sia troppo rapido e troppo deciso e il rischio è di buttar via il bambino con l’acqua sporca.

Gli americani, maestri del marketing e dei trasferimenti silenziosi, di queste cose sono i maghi assoluti. Hanno capito benissimo che per salvare capra e cavoli, ovvero per non far inferocire i fans e contemporaneamente rincorrere gli aspetti economici e di ammodernamento, occorre ricorrere alla “modifica modulare”. Quindi demoliscono lo storico Boston Garden (per fare spazio allo stadio nuovo, bello e grande) ma spingono forte sul logo tradizionale col trifoglio, rimettono in circolazione le casacche anni ’70, rispolverano il claim Boston Pride e -ciliegina sulla torta- ricostruiscono nel nuovo palazzetto lo storico parquet a legno intrecciato, giurando e spergiurando che quelle sono esattamente le travi originali. Non che nessuno si accorga di niente, ma via, chiudiamo un occhio.

La perdita del GP di Germania, ribadisco, è per la F1 una perdita sanguinosa, violenta e -onestamente- incomprensibile. Ai tedeschi, che insieme a noi costruiscono le migliori vetture del mondo, non passerà la voglia di macchine da corsa: semplicemente trasferiranno tutta la garra nazionale su altri campionati abbondantemente avvincenti, quali il DTM e l’endurance.

Nel frattempo, ai piano alti, qualcuno dovrà iniziare a rispondere alla fatidica domanda: “il 12 aprile, chi si sveglierà in piena notte per guardare Lewis Hamilton dominare a suon di “bzz-bzz” su altre 15 macchine pseudo-elettriche sul circuito-pippa di Shanghai?”.

E’ una provocazione, evidentemente, ma nasce da un’esigenza vera: la F1 ha bisogno dell’Europa e viceversa. Specie perchè la stessa fine sembra toccare anche a Monza: servono 40 Milioni di Euro. E’ ora di trovarli.

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