Tim Cup, Quando il Calcio è un Flop

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C’era una volta la Coppa Italia.
C’era, appunto, perché ciò che (commercialmente parlando) ne ha preso il posto non è che una competizione mutata nella formula. Un lifting mal riuscito, coperto da tocco di fondotinta pesante, in perfetto stile italico, spalmato su una creatura senza fascino né bellezza.

La Tim Cup è cambiata nel tempo, tra l’indifferenza di club e tifosi, per non parlare del mercato dei diritti televisivi, scaglionati a seconda dell’importanza dei turni di gara e della qualificazione in palio.
La competizione che conduce a Roma (proprio come tutte le strade di un celeberrimo detto), sede prescelta per la finale unica a partire dalla stagione 2007/08, versa in stato comatoso, vittima di una continua emorragia di spettatori. Complice, va detto, una cervellotica scelta di calendari e orari di gioco. Tra la completa noncuranza delle società, come già accennato, oltre a una serie di dati che definire sconcertanti è voler usare un eufemismo.

Formula. Partiamo dal principio. La Tim Cup inizia ad agosto e vede nel calderone del primo turno compagini di Lega Pro (Prima e Seconda Divisione) e Serie D. Tutte contro tutte, in gara unica, sul terreno della formazione più prestigiosa, o che milita nel torneo maggiore. Ecco, allora, match come Cremonese-Chier oppure Vicenza-Andria, giocate alle 17, sotto il sole cocente del primo weekend di agosto. Spettatori presenti? A voler essere generosi non più di 500.
Nel secondo turno, ecco la Serie bwin, con tutte le sue formazioni, che giocano regolarmente in casa e, salvo clamorosi scivoloni, accedono agevolmente al terzo turno eliminatorio, dove finalmente c’è anche un po’ di Serie A. Quella delle copertine, con Milan, Inter e Juventus in campo? Macchè. Per le otto big del campionato l’accesso avviene direttamente dalla porta degli ottavi di finale, con un tabellone creato quasi a bella posta per far si che la musica migliore venga suonata dai quarti, o ancor meglio nelle semifinali, quando dal “turno secco” si passa alla formula andata e ritorno. Giusto per raddoppiare gli incassi, dai botteghini e dai proventi tv.

Flop. Già, ma quali incassi? I dati dell’edizione 2012/13 in corso sono desolanti. Spulciando qua e là, spiccano proprio durante gli ottavi di finale i 3.661 spettatori al Meazza per Milan-Reggina del 13 dicembre scorso (circa 27 mila Euro di incasso). Con un contestuale share televisivo dell’11% (3 milioni i telespettatori sintonizzati): tre volte in meno di una replica di Don Matteo, sui canali Rai. Non ridetene, per favore.
E ancora, i 2.589 valorosi tifosi sugli spalti del Tardini per Parma-Catania di mercoledì 12, oppure i dati impietosi di Siena-Torino (un migliaio i paganti) e Bologna-Livorno. La sfida tra felsinei e labronici è stata vista da ben (!) 770 spettatori. Cose da far girar la testa. Al contrario.
Alzano la media i 19 mila allo Juventus Stadium per la gara tra i bianconeri e il Cagliari. E gli oltre 11 mila presenti a San Siro per Inter-Verona. Ma c’è un “ma”, anzi ce ne sono due: uno stadio “modello” nel primo caso, la rappresentanza di oltre 7 mila supporters veneti in trasferta per una sfida da sogno, nel secondo.
Stabilire con certezza di chi sia la colpa, non è impresa facile. Non lo è perché il pressapochismo di una competizione che si fa “interessante” solo dalle semifinali  ha stancato tutti. I club in primis, che dagli impegni infrasettimanali sono distratti rispetto alle sfide di campionato; i calciatori, che in serate invernali terribilmente fredde sono spesso soggetti a infortuni; i tifosi, ultima ruota del carro oramai sempre più circense del nostro amato mondo del calcio.

E in Europa? Eppure, qualcosa si potrebbe fare. Guardare oltre Manica, anzi tutto, dove FA Cup e Coppa di Lega regalano ogni anno sorprese ed emozioni per migliaia di supporters. Laddove, tanto per cominciare, dai primi turni eliminatori sono in campo anche le big, in improbabili match giocati in casa delle squadre più deboli, giusto per accrescere l’agon e concedere il vantaggio di un fattore campo spesso arma in più per squadre dalla caratura non certo irresistibile.
C’è il Bradford, ad esempio, corrispondente a una squadra della nostra Seconda Divisione (la vecchia C2) che nelle ultime settimane ha conquistato la finale di Wembley in Capital One Cup (qui un nostro approfondimento), ma non solo.
Anche in Francia il recente passato ha scritto pagine da libro Cuore. Con il Calais, una squadra di dilettanti regionali che il calcio lo vive per passione, arrivata alla finale di coppa allo Stade de France contro il Nantes (persa, infine, per 2-1) nel 2000. Con alle spalle il tifo e la simpatia di una nazione intera.

Dunque, immaginiamo la nostra Coppa Italia con una veste nuova. Con i turni di sola andata disputati la domenica pomeriggio, una volta al mese, durante una sosta “unificata” dei campionati professionistici. Campionati da riformare con meno squadre e maggiore equilibrio economico-finanziario, ma questo è un altro paio di maniche. Ripensare alla Coppa Italia, però, può essere un utile esercizio per pensare più in grande. Ecco allora, l’immagine di un primo turno in cui magari la Juventus va a far visita al Bassano Virtus e il Milan al Sudtirol. In attesa della prossima favola da scrivere e raccontare, in pieno stile Calais.
E gli incassi? Sarebbero maggiori, siamo pronti a scommetterci. Magari da dividere equamente tra le due compagini, per inserire nella posta in palio nuovi introiti, fondamentali anche nella misura di poche decine di migliaia di Euro per piccoli club. Perché 10.000 persone stipate sugli spalti di uno stadio di periferia valgono molto più dei 3 mila di un Milan-Reggina qualunque.
Volontà, impegno e un pizzico di managerialità che nel nostro calcio continua a latitare. Ecco cosa manca, per evitare altri, deleteri flop.

By Marco Lorenzi - RTR Sports Marketing Contributor
Nelle foto: la desolazione sugli spalti del Tardini (Parma) e Dall'Ara (Bologna) per gli ottavi di Tim Cup nel dicembre 2012; la squadra 
del Calais in finale allo Stade de France nel 2000
Pictures from the web
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