In Formula 1

F1-mexicoMessico e Nuvole

La faccia triste dell’America per il popolo Ferrarista ha il volto di Sebastian Vettel mentre raccoglie i pezzi della sua rossa e li ammonticchia mesto accanto alle barriere della curva 7. Quello che poteva essere, in potenza, un weekend da leoni si è trasformato per Maranello nel punto più basso della stagione, con entrambe le vetture fuori dai punti, fuori dai giochi, fuori dalla corsa.

Non c’è da farne tragedie però, ad onor del vero. Perchè la Ferrari aveva ritmo, passo e velocità nel nuovo circuito del Centro America e aveva già mostrato al venerdì e al sabato che poteva star lì a giocarsela con le astronavi d’argento. Poi, si sa, queste son le gare e meno male che non finiscono sempre come uno se le sarebbe aspettate.

Bottas, al grido di “nessun rancore” ha comunque ridato a Raikkonen la pariglia di Sochi, rompendogli la sospensione e chiudendone una bella rimonta. Segno che magari i finnici non saranno permalosi, ma le prendono per poi ridarle indietro con gli interessi. Per quello che riguarda Vettel, egli stesso ammette di avere guidato una gara tremenda, piena di errori e pure un po’ sfigata, diciamoci la verità. Perchè è vero che il testacoda dopo 15 giri e l’uscita di pista finale sono tutta colpa sua, ma è anche vero che se l’ala di Ricciardo non gli avesse tranciato la gomma in partenza forse quella del Tedesco sarebbe stata un’altra gara. Il Sebastiano nazionale ha umiltà ed intelligenza per fare mea culpa mondiale in Team Radio: ha guidato la sua peggior corsa da quando è in Ferrari, ma poco si può chiedere di più ad un pilota che con un una macchina inferiore è effettivamente al primo weekend negativo di tutta la stagione.

Cavallino a parte, la gara messicana ha regalato più emozioni per contorno e pubblico che per l’azione in pista. Chi si aspettava una lotta serrata fra le dieci auto che al sabato stavano dentro una manciata di centesimi di secondo si è dovuto accontentare del solito monologo teutonico a marchio Mercedes, con un Rosberg saldamente al comando e un Hamilton che, a parte qualche perplessità sul cambio delle gomme, ha corso una gara onesta e senza sforzi, accontentandosi volentieri di lasciarsi i polveroni alle spalle e prendere la seconda piazza.

Tuttavia, onore e merito vanno agli organizzatori e al pubblico, davvero autori di una cornice straordinaria. Splendida l’idea di organizzare il parc fermè all’interno dello stadio del baseball, con Rosberg vincitore osannato come una rockstar e circondato dalla folla festante. Bello l’inno nazionale cantato dai bambini, bello il layout del circuito davvero a disposizione degli spettatori, bello il ritorno in grande stile comunicativo del Messico all’interno del Circus, bello persino il poster del Gran Premio.

Un bel segnale, all’interno di un Mondiale sportivamente finito e forse mai davvero cominciato, in quanto a speranze iridate, ma che può ancora dare tanto in termini di spettacolo e di grandeur, come ha dimostrato ieri l’Hermanos Rodriguez.

¡Hasta luego!

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Emanuele Venturoli
Emanuele Venturoli
Laureato in Comunicazione Pubblica, Sociale e politica all’Università di Bologna, da sempre è appassionato di marketing, design e sport. Già prima di terminare gli studi inizia a lavorare nel marketing sportivo e scopre l’importanza di tutto quello che c’è al di fuori dal campo di gioco. Dal 2012 è in RTR Sports, di cui oggi è Head of Communication e Marketing Officer per i progetti legati alla Formula 1, alla MotoGP e al meglio degli altri sport a motore a due e quattro ruote.
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Spuntature: F1, Messico e Nuvole. La faccia triste dell’America. Ma anche no, RTR Sports
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