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 Anche il grande Glicine rosa che costeggia l’entrata dell’albergo sembra non poterne più di tutta quest’acqua. Tutto il mondo fuori dalle grandi finestre dell’hotel Fossati è bigio, pesto e malinconico, e riflette il suo doppio oblungo e sbilenco in una, cento, mille pozzanghere. 

Il silenzio viene rotto solo dal tintinnio metallico di un cucchiaino contro la porcellana, e dal passo pesante ma paziente della Signora Giovanna.
“Dottore, le ho portato il caffè”
“Grazie signora”
“Due cucchiaini, come al solito”
“Dica, signora, ma da quanto è che piove?”
“Da tre giorni dottore”
“Sembra che non debba smettere mai”
“Dicono che porti bene”.

Mancano pochi minuti alle sedici ed è il 14 Settembre 2008 quando un giovane di nome Sebastian Vettel, proveniente da Heppenheim, a bordo della Toro Rosso motorizzata Ferrari vince il Gran Premio d’Italia. È la prima ed unica vittoria della storia del Team faentino. È anche la prima vittoria per Sebastian Vettel, ventunenne. I primi 10 punti di una carriera che ad oggi ne conta 2061, con 4 mondiali vinti.

Eppure, nonostante i numeri impressionanti -numeri che dicono che Vettel è il quinto pilota di maggior successo di tutta la storia della Formula 1- attorno a Sebastian aleggia da sempre un’aura strana, un cuscinetto di curiosa diffidenza. Come se il ragazzo di Heppenheim dovesse ancora dimostrare qualcosa. Come se i suoi 4 titoli mondiali fossero veri, sì, ma realizzati in carta stagnola. Come se mancasse sempre il centesimo, per fare l’euro. Per qualche ragione, cucita ormai troppo in fondo nel tessuto di questo sport per andarla a cavar fuori, Sebastian è una stella ma non una superstar, è un vincente ma non una leggenda, è un ottimo pilota ma non un Campione. Non è Lewis Hamilton. Non è Fernando Alonso. È, semplicemente, Sebastian Vettel. E se, facendo eco alle macrocategorie create da Veronica Roth, dovessimo dargli un’etichetta, sarebbe quella di Divergente.

Si potrebbe dire, probabilmente senza mancare il segno di molto, che parte di questo suo status di incompiutezza derivi dal carattere e dall’atteggiamento del buon Sebastiano. Un po’ guascone, un po’ provinciale, sempre sorridente e meno tenebroso, meno rockstar della maggior parte dei colleghi, a Vettel non sono mai mancate le ragazzate in conferenza stampa o i nomignoli vagamente osé per le vetture che guidava. Il tedesco è lontano anni luce dalla algida intoccabilità degli eroi di questa F1: è certamente genuino, ma probabilmente manca di quel fascino patinato, artico, irraggiungibile dei LeBron, dei Ronaldo o dei Cam Newton.

Se tutto questo è vero -e lo è certamente- v’è anche da dire che parte della diffidenza che regna attorno al ragazzo proveniente dal Land dell’Assia sta nel fatto che la Formula 1 è uno sport tanto di uomini quanto di macchine. E che quando Vettel ha vinto, lo ha sempre fatto solo con macchine straordinarie, mancando invece di farlo quando le vetture erano un po’ meno che eccellenti.

Galeotti in tal senso furono per il nostro Sebastiano da Heppenheim gli anni dal 2011 al 2014, al volante di quella imprendibile Red Bull progettata da Newey e capace di sollevare tante polemiche quanta ammirazione. Le RB del poker iridato, come le Mercedes odierne e forse più, erano automobili con un vantaggio competitivo incolmabile per la concorrenza: erano un perfetto mix di perfezione aerodinamica, bontà motoristica e due o tre assoluti colpi di genio progettuale. Parliamo di una macchina capace nel 2013 di vincere 13 Gran Premi (di cui 9 consecutivi) e totalizzare 397 punti, record assoluto di tutti i tempi nella storia dell’automobilismo a ruote scoperte.

Ma, chiedono i critici, chi non avrebbe vinto con una macchina del genere? Si badi, non è una domanda priva di fondamento, ma è generalmente una domanda tendenziosa, o come minimo maliziosa. Chi mai potrebbe vincere in Formula 1 senza una macchina straordinaria? La Ferrari di Schumacher lo era, la Mercedes di Hamilton lo è senza dubbio.

È un gioco strano, quello della Formula 1. Lontano, lontanissimo da ogni altri sport mai praticato, che muove su geometrie, logiche e percezioni talvolta pressoché impossibili da comprendere. Sistemi non euclidei che si amano o che si odiano, ma che certamente non si raffrontano, poiché privi dei medesimi paradigmi, principi e corollari. Basti pensare che in questo circus stranissimo partecipano solo 22 ragazzi in tutto il mondo, rendendolo ufficialmente lo sport meno praticato su tutto il nostro pianeta. A differenza dei calciatori, che si contano a milioni, dei cestisti, dei nuotatori o dei runner, esistono solo 22 piloti di Formula 1: un dato che può apparire insignificante, ma che annulla già a prescindere qualsiasi tradizionale categorizzazione di valore. Come si può giudicare con parametri normali qualcuno che già appartiene allo 0,0000003% della popolazione?

Nei fatti, cosa stia capitando quest’anno a Sebastian Vettel è materia aperta di discussione. Senza dubbio questo 2016 non è solo un anno povero di soddisfazioni, ma è anche un anno ricco di errori e di traguardi falliti. Un anno in cui, al momento in cui si scrive, davanti a lui in classifica mondiale stanno non solo i due alfieri della stella di Stoccarda, ma anche il compagno di scuderia Raikkonen, l’ei fu Daniel Ricciardo e il giovane Verstappen, oramai conclamata nemesi olandese del pilota Ferrari. Insomma, dei fantastici sei, l’ultimo è proprio il nostro. Semplicemente, e per dirla in parole spicce, quelli dopo sono dotati di una cifra di talento e di prestazione meccanica infinitamente inferiore per potere competere.

Benché sia certo e pacifico che un quadricampione del Mondo non abbia dal giorno alla notte disimparato a guidare una vettura di Formula 1, riappaiono dallo specchietto retrovisore i fantasmi dei giorni bui, dell’annus orribilis in Red Bull al fianco di Ricciardo, le prime pesanti critiche della stampa internazionale, il riemergere del dubbio che a vincere quei quattro titoli non sia stato Sebastian Vettel, ma Adrian Newey e la sua dannata matita in quel di Milton Keynes.

La prima, disastrosa staccata al Gran Premio di Malesia di quest’anno ha fornito ufficialmente il destro a detrattori e malelingue per fornire il giudizio definitivo. Perché chi mette la macchina lì, in quella velocità, in mezzo al traffico in curva 1 o è un pazzo, o un suicida, o un sognatore. Come detto sopra, difficile dire se sia proprio così. Difficile dire se Sebastiano si sia perso, o sappia ancora bene quale sia la via di casa. In questo gioco strano, come dicevamo prima, è molto facile giungere a semplificazioni, proprio perché sono saltati i normali metri di giudizio. In formula 1 o si è dei fenomeni o si è bolliti. Non v’è il mezzo, non c’è il possibilismo, non si trova spazio nella tavolozza per i grigi.

Eppure, chi oggi punta il dito sulla staccata malese dimentica che anche gli anni Red Bull sono stati, qua e là, colorati con una sbandata, una scelta avventata, un errore di valutazione. A far da contrappeso alla prima curva di Sepang c’è l’errore sul bagnato di Montreal nel 2011, così come al Bahrain del 2015 fanno eco l’azzardo alla chicane di Spa nel 2010 o il folle harakiri del drink energetico della Turchia 2010. Sebastian, come tutti i piloti, ha sempre sbagliato, oggi in Ferrari, ieri in Red Bull, Toro Rosso e Sauber. La differenza sta che dal 2011 al 2014, quando non sbagliava, Vettel vinceva le gare, mentre oggi finisce giù dal podio.

Paradossalmente, il tema in questione non è e non può essere l’errore, ma quale altro svolgimento della narrativa priva dell’errore causi l’errore stesso. In buona sostanza, è necessario decidere se Vettel sbagli perché sia in questo momento storico un pilota che manca di manico e di concentrazione, o se sbagli perché l’unica arma che gli rimane sia l’azzardo. Nessuna di queste due risposte, si badi bene, è una giustificazione. Entrambe però possono essere una spiegazione.

È opinione di chi scrive che non si diventa Campioni, ma lo si è e basta. Destrezza, freddezza, esperienza e capacità strategica si possono allenare, ma o si nasce vincenti o non lo si sarà mai. Allo stesso modo un Campione accetta mal volentieri di giungere secondo, o terzo, o quarto. Preferisce sempre cadere lottando per la vetta che giungere dopo qualcun altro. È un atteggiamento stupido, forse. Orgoglioso, certamente. Testardo, senza ombra di dubbio. Ma è come stanno le cose. Qualunque grande di questo sport -poichè questo sport è unico- ha fatto così, scegliendo l’azzardo alla sicurezza del secondo posto.

A chi crede che la stella di Vettel si sia spenta, io -pur cospargendomi il capo di cenere- rispondo che sotto quel casco e dentro quella tuta ancora si può trovare uno dei migliori, se non il migliore, pilota di Formula 1 di tutto il mazzo. Se la Ferrari saprà dare a Sebastian un mezzo capace di competere con le frecce d’argento, tutte le nubi sopra la testa del pilota di Heppenheim scompariranno. Fino ad allora, Vettel proverà a fare l’impossibile e sbaglierà nel farlo, come nella favola della rana e dello scorpione che attraversano il fiume. Ma è così che fanno i campioni.

Quindi non chiedetevi se Sebastian da Heppenheim si sia perso o meno. Probabilmente ha solo preso la strada più lunga.

TESTO E ILLUSTRAZIONI DI EMANUELE VENTUROLI

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