In Formula 1, Marketing Sportivo

Fotografia di uno sport che è molto più di un semplice gioco, ma una piattaforma di sviluppo e ricerca senza uguali. E che potrebbe salvare domani le nostre vite come ha salvato, ieri, quella di Romain Grosjean.

A cosa serve la Formula 1? E, di converso, a cosa servono MotoGP, Formula E e le altre massime serie del motorsport? Una risposta a questa domanda, forse la più importante, è arrivata ieri dal circuito di Sakhir, periferia di Manama, ex emirato del Bahrain.

Vive la France

Quando al primo giro del Gran Premio del Bahrain la Haas di Romain Grosjean esce di pista a 250 all’ora e si schianta contro il guardrail esplodendo in una palla di fuoco, tutti i peggiori incubi del circus si condensano neri e pesanti sullo Stato del Golfo.

Passano 30 eterni secondi e il pilota è lì, incastrato nella lamiera che arde, mentre attorno a lui divampa l’incendio. La FIA toglie la diretta, i soccorsi si affrettano sul luogo dell’incidente e poi, l’incredibile: dalla nube di fumo e fiamme emerge la sagoma di Grosjean, che salta la carcassa incandescente e -ancora fumante- corre via dal disastro. È salvo. Il mondo intero tira un sospiro di sollievo e riprende fiato dopo avere assistito ad uno dei peggiori incidenti dell’ultima decade di motorsport.

Stamani la cartella clinica che arriva dall’Ospedale del Bahrain pare un sorso di acqua fresca: il pilota di origini svizzere ha riportato ustioni a polsi e caviglie, ma non ha nulla di rotto. Neppure una costola incrinata. La sua foto sorridente è il più bel regalo di questo lunedì mattina.

Di aureole e altre divinità

Quando alla fine del 2015 la FIA decise di rendere pubblico il suo progetto per l’Halo (il sistema di protezione per il pilota, costituito da una struttura a tre montanti fissata sopra l’abitacolo della vettura) da gran parte del mondo delle corse si alzò l’inevitabile levata di scudi. 

Che la struttura fosse antiestetica, che rovinasse lo spirito stesso delle corse e che impedisse ai piloti di vedere bene davanti a sé erano solo alcuni degli argomenti portati al tavolo dai detrattori –timeo danaos et dona ferentes– già dimentichi del terribile incidente costato la vita a Jules Bianchi in Luglio. 

Le critiche, per una volta, non impedirono alla FIA di portare avanti la sperimentazione e rendere obbligatorio l’Halo dall’inizio 2018 per Formula 1, Formula E, Formula 2, Formula 3 e Formula 4 (dal 2021). Dopo la vampata iniziale, e come sempre accade, persino i più severi critici dovettero quietarsi: i piloti in realtà ci vedevano benissimo e anche l’occhio si era ormai abituato a quel singolare oggetto montato lassù. Insomma, teniamolo pure. 

Guidare con prudenza

L’Halo è in realtà solo una delle ultime introduzioni sul tema sicurezza arrivate in Formula 1. Il Circus -ma non solo- ha spinto moltissimo per rendere obbligatorie misure protettive capaci di assistere a scene come quelle di ieri senza dovere piangere il morto. 

Chi dopo l’incidente del Bahrain grida al miracolo compie il grande torto di non riconoscere giurisprudenza alla perfetta sinergia di cellule di sicurezza, tute ignifughe, sistemi HANS, telai in carbonio, rollbar, Halo e via così. 

Lo stesso Gianpaolo Dallara, fondatore di quel gioiello della Motor Valley cui ha dato il suo nome, stamattina ha voluto rispondere a chi domandava insistentemente come mai la Haas di Romain si fosse spezzata come un grissino: “La macchina si è spezzata laddove si doveva spezzare, fra il cambio e il motore. La parte dove è il pilota ha criteri di sicurezza molto maggiori”. Come a dire: preferiamo che l’energia dell’urto si disperda lungo il telaio in una parte lontana e non critica per il guidatore. 

È un connubio interessante e paradossale -ma anche magico- perché sorretto da una domanda apparentemente senza senso: “Si possono far correre 22 macchine a 350 all’ora su una pista larga nove metri in totale sicurezza?”. La risposta, con buona pace dei malinconici per i quali si correrebbe ancora con calotta in cuoio e senza cinture di sicurezza, è che ci dobbiamo provare. 

A cosa ci serve

Per rispondere alla domanda posta all’inizio di questo articolo è necessario ricordare che le massime serie del Motorsport sono la grande nave rompighiaccio che segna la via per tutta l’industria dell’automotive.

Le introduzioni di Formula 1, MotoGP, Formula E, WRC e via discorrendo arrivano “a cascata” sulle auto e le moto di tutti i giorni, rendendo non solo più performante ma più sicura la mobilità di chiunque. Cinture di sicurezza, telai monoscocca, sospensioni autonome, controlli di trazione, tessuti tecnici e dispositivi di sicurezza sono solo alcune delle centinaia di misure progettate per la pista e trasferite alla strada. 

Sono tutte introduzioni “dolci”, che l’industria trasferisce ad auto e moto di serie dopo averle per anni sperimentate con successo nelle condizioni estreme delle corse e dopo averne ormai assorbito i costi di ricerca e sviluppo. 

Faccende molto pragmatiche, dunque, e che collocano -questa è ovviamente l’opinione di chi scrive- il motorsport in un reame lontano e differente dal tradizionale sport. Un reame che ha propagazioni molto tangibili e di larga diffusione, che danza in un costante balletto fra l’entertainment, il business e la ricerca, che mischia sapientemente la passione e la lungimiranza e che -sopratutto e nonostante le impressioni- ha sempre al centro della sua missione l’uomo prima ancora della macchina. 

Insomma, che Romain Grosjean sia uscito incolume e sulle sue gambe dall’incredibile incidente di ieri non è solo una bella notizia per i tifosi della Formula 1, ma per tutti noi. Ecco a cosa serve.

 

 

 

 

Foto: Clive Mason – Formula 1 | Formula 1 | Getty Images

Emanuele Venturoli
Communication Manager for RTR Sports Marketing. A degree in Communication at the University of Bologna and a passion for sport brought me where I'm today.
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