I piloti di Formula 1 indossano il cappello in interviste, conferenze stampa e sul podio perché la testa è la parte del corpo più inquadrata: in un primo piano televisivo il cappello è lo spazio sponsor più visibile che esista. Non è quasi mai una scelta personale, ma un preciso obbligo commerciale verso la squadra e i suoi partner.
Aggiornato a settembre 2026.
Nelle grandi serie del motorsport, il modo in cui un pilota si presenta davanti a una telecamera è codificato fin nei dettagli. Il cappello, l’orologio, la borraccia, la maglia del team: ogni oggetto è lì per una ragione, e quasi sempre quella ragione ha a che fare con un contratto. Su palcoscenici con un pubblico globale, il pilota è il punto su cui convergono gli sguardi di media e tifosi, e ogni sua apparizione è progettata per rendere il più possibile a squadra, sponsor e titolari dei diritti.
Perché i piloti di F1 portano sempre il cappello
La risposta sta nelle inquadrature. Per anni si è pensato che la chiave della visibilità fosse la superficie: più grande il logo, più efficace la sponsorizzazione. La misurazione moderna dell’esposizione ha dimostrato che contano di più la posizione e la leggibilità. Nelle interviste, nelle conferenze stampa e nei servizi fotografici le telecamere stringono sul viso e sulla parte alta del busto, lasciando fuori tutto il resto. Un logo enorme dove l’obiettivo non arriva non serve a niente.
Il cappello, invece, sta esattamente dove si concentra l’attenzione: sulla testa del pilota, a pochi centimetri dal viso. Per questo è uno dei supporti più preziosi dell’intero inventario commerciale di una squadra, ed è anche il motivo per cui i piloti lo indossano perfino al chiuso, nelle sale stampa, dove di sole non ce n’è. È lo stesso principio che guida il valore dei loghi sulle monoposto, come spieghiamo nella nostra guida al costo della sponsorizzazione in Formula 1: si compra tempo sullo schermo, non centimetri quadrati.
Non è una scelta: è un obbligo contrattuale
Nella maggior parte dei casi il cappello non è volontario. Sono le squadre a chiedere ai piloti di indossarlo appena scesi dalla macchina, all’ingresso in conferenza stampa o quando lasciano il motorhome, ed è normale vedere gli addetti alla comunicazione porgere al pilota cappello, borraccia e orologio un attimo prima che parta la ripresa.
Le eccezioni fanno notizia proprio perché rare. Nel 2013, il suo primo anno in Mercedes, Lewis Hamilton raccontò alla stampa tedesca di non indossare il cappello ufficiale della squadra perché non gli piaceva, e si offrì di collaborare al disegno dell’abbigliamento del team. Qualche anno dopo Mercedes avrebbe costruito proprio intorno a lui intere collezioni di cappelli, vendute ai tifosi di tutto il mondo.
Il cappello del podio: Pirelli in F1, Michelin in MotoGP
Chi guarda con attenzione nota che il cappello non è sempre lo stesso. Sul podio della Formula 1 i primi tre indossano il cappello di Pirelli, fornitore unico degli pneumatici, con una grafica diversa per ogni Gran Premio. In MotoGP succede lo stesso con Michelin: il berretto blu del podio è diventato un simbolo della vittoria. In entrambi i casi il fornitore degli pneumatici si garantisce la presenza nell’immagine più ripresa e più condivisa della gara, quella della premiazione.
C’è poi un secondo passaggio, meno visibile ma altrettanto importante: quei cappelli vengono prodotti in serie limitata e venduti ai tifosi. Il supporto di comunicazione diventa così un prodotto, e la sponsorizzazione genera ricavi oltre che visibilità.
Cappello della squadra o cappello personale
Fuori dal podio, per interviste e incontri con i fan, la regola generale è il cappello della squadra, con il logo del team, del title sponsor e spesso il numero del pilota. Chi ha accordi personali può sostituirlo, a patto che l’attivazione sia concordata con il team e non entri in conflitto con gli altri sponsor. L’esempio più noto è quello di Fernando Alonso, che ha fondato il marchio di abbigliamento Kimoa: i cappelli Kimoa firmati dal pilota spagnolo sono oggi venduti anche nello shop ufficiale di Aston Martin, segno che l’interesse personale del pilota e quello della squadra possono coincidere.
Da Niki Lauda al merchandising: il cappello come oggetto di culto
Il cappello più famoso della storia della Formula 1 resta quello rosso di Niki Lauda, che il campione austriaco cominciò a portare dopo l’incidente del Nürburgring del 1976. Quel berretto è diventato uno spazio pubblicitario così prezioso da passare di mano più volte: Parmalat vi comparve per oltre vent’anni, prima che nel 2002 subentrasse Viessmann.
Il fenomeno, d’altronde, non nasce nel motorsport. A rendere popolare il berretto con visiera è stato il baseball, dove il cappello fa parte della divisa ed è sempre personalizzato con il logo della squadra: dai New York Yankees ai Los Angeles Dodgers, è diventato un accessorio di moda e di appartenenza, uno dei prodotti più riusciti del marketing sportivo mondiale. Non sorprende che anche le squadre di Formula 1 e MotoGP abbiano messo i cappelli dei piloti al centro del proprio merchandising, spesso con il supporto di un’agenzia di brand licensing sportivo.
Che cosa insegna il cappello a chi sponsorizza
La lezione per un brand è semplice: il valore di una sponsorizzazione non si misura in superficie, ma in esposizione reale. Un logo sul cappello di un pilota compare in quasi ogni intervista, ogni conferenza stampa e ogni fotografia dal paddock, e continua a lavorare anche quando la macchina è ferma. Per questo i supporti “piccoli” come cappelli, tute e caschi hanno un peso importante nella trattativa, e vanno negoziati insieme ai diritti di attivazione della sponsorizzazione.
RTR Sports Marketing affianca i brand nelle sponsorizzazioni motorsport dal 1995.
Fonti: Pirelli, i cappelli del podio 2026; F1-Fansite, Hamilton e il cappello Mercedes nel 2013; Grandprix.com, Lauda e Parmalat; Aston Martin F1, il cappello Kimoa di Alonso.
Domande frequenti
Perché i piloti di Formula 1 indossano sempre il cappello?
Perché la testa è la parte del corpo più inquadrata in interviste, conferenze stampa e fotografie. Il cappello è quindi uno degli spazi sponsor più visibili a disposizione di una squadra, e indossarlo è quasi sempre un obbligo contrattuale del pilota verso il team e i suoi partner.
Che cappello indossano i piloti di F1 sul podio?
Sul podio della Formula 1 i primi tre indossano il cappello di Pirelli, fornitore unico degli pneumatici, con una grafica dedicata a ogni Gran Premio. In MotoGP il cappello del podio è quello di Michelin. Entrambi vengono poi prodotti in serie limitata e venduti ai tifosi.
Un pilota può indossare un cappello diverso da quello della squadra?
Sì, se ha accordi personali e se l’attivazione è concordata con il team senza entrare in conflitto con gli altri sponsor. L’esempio più noto è Fernando Alonso con il marchio Kimoa, che ha fondato e i cui cappelli sono venduti anche nello shop ufficiale di Aston Martin.
Perché Niki Lauda portava sempre il cappello rosso?
Lauda cominciò a indossarlo dopo l’incidente del Nürburgring del 1976, e quel berretto rosso divenne uno spazio pubblicitario ambitissimo: vi comparve Parmalat per oltre vent’anni, poi dal 2002 Viessmann. È ancora oggi il cappello più famoso della storia della Formula 1.
Quanto vale uno spazio sponsor sul cappello di un pilota?
Dipende dal pilota, dalla squadra e dai diritti inclusi, ma il suo valore non sta nella superficie: sta nel fatto che il logo compare in quasi ogni intervista e fotografia, anche quando la macchina è ferma. Per questo cappelli, tute e caschi vanno negoziati insieme ai diritti di attivazione.